La disabilità intellettiva: l’evoluzione di un concetto

A partire dai primi anni del 2000, si è sviluppato un ampio dibattito in relazione ai termini da utilizzare per definire le condizioni caratterizzate da compromissioni nella sfera intellettiva e adattiva che insorgono in età evolutiva.

Tra gli studiosi, il termine “disabilità intellettiva” (DI) ha preso il posto del termine “ritardo mentale” (RM). Già a partire dagli anni ’80, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sentì l’esigenza di adeguare il lessico per definire le persone in condizioni diverse da quelle considerate “normali”, che non le etichettasse e le bollasse.In precedenza, si usava la definizione di “insufficienza mentale”, ma in seguito parlare di “ritardo mentale” sembrò più adeguato a sottolineare che varie tappe dello sviluppo mentale venivano comunque raggiunte, anche se con tempi più lunghi. Successivamente, le più importanti associazioni internazionali hanno deciso di sostituire l’espressione “mental retardation” con “intellectual and developmental disabilities”, traducibile in italiano con “disabilità intellettive evolutive”, laddove il termine evolutive è stato inserito per distinguerle dalle “disabilità intellettive acquisite” (a causa di malattia o incidente).Per una questione prettamente terminologica, possiamo altresì affermare che il termine disabilità sia meno stigmatizzante e negativo del termine “ritardo” e che sia un’espressione con un connotato più neutro e tecnico-scientifico. Per una diagnosi di disabilità intellettiva sono necessari tre criteri:– test di intelligenza con risultato inferiore a 70-75;– significative difficoltà nell’adattamento in famiglia, a scuola e nella società;– insorgenza delle difficoltà cognitive e di adattamento durante lo sviluppo (prima dei 18 anni).

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