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Il buono e il cattivo

Il profumo di libri e di carta, quando entro in libreria, mi riempie le narici e mi entra nelle vene. Mi schiaffeggia, ogni volta. Come il vento pungente, nelle giornate invernali, appena volti l’angolo.
Ti piangono gli occhi e ti cola il naso senza neanche avere il tempo di accorgertene.
Non riesco ad annusare i libri e la carta senza pensare a tutto il vissuto che mi porto dietro quando ho a che fare con loro. A tutte le sensazioni che, negli anni, mi hanno accompagnata quando ho avuto a che fare con un libro, con un quaderno e con il loro bellissimo profumo.
Imparare una cosa nuova è sempre stato, per me, un mondo bellissimo quanto inaccessibile.
A posteriori so quanto quell’amore matto e disperatissimo verso l’apprendimento e verso la conoscenza mi abbia salvata.
A posteriori so che quell’amore smisurato e viscerale verso tutto ciò che rappresentava il libro e la scuola mi ha portata a chiudere gli occhi e, come un carrarmato, andare avanti.
Prima a farlo comunque. Imparare. Sapere. Leggere. Riassumere.
Tutte cose difficilissime. Tutte cose che, ogni pomeriggio, mi portavano a piangere, dare pugni alla scrivania, tirare calci alla cassa panca accanto al tavolino dove studiavo.
Poi a cercare che cosa mi rendesse tanto complicato una cosa che amavo tantissimo.
Infine, a trovare il mio personalissimo modo per imparare comunque. “Allacazzodicane”.
Ci ho messo quindici anni ad arrivare ad una diagnosi. In termini pratici non è servita a molto. Forse, è stato più un fatto di darmi giustizia da sola: “Ok. Avevi e hai ragione: hai una difficoltà”.

Tutta la faccenda dell’ADHD, della depressione maggiore, della stanchezza cronica mi ha sempre tolto e dato moltissimo.
Tutti gli strumenti cognitivi che non ho avuto mi hanno permesso di andarmene in giro per i boschi e le foreste sconosciute dei miei circuiti neurali e della società, per trovare nuovi di modi di sapere e ottenere quello che volevo.
Più in generale, mi hanno permesso di imparare una cosa:
Di non concentrarmi sul problema quanto sulla soluzione. Per quanto originale, inedita e strana essa fosse.

Non è facile per nessuno digerire un grande amore non corrisposto. Un fallimento. Una delusione. Il “non riuscire ad ottenere quello che si vuole”.

Tutti i “fallimenti”, qualsiasi cosa intendiamo per fallimento, ti portano sempre a spostarti da te stessa, a traslocare, a muoverti, a dondolare di continuo sulle gambe, per deconcentrare il peso.
Il dolore, la fatica, la difficoltà, se incanalati bene, ti portano sempre ad avanzare, in qualche modo. A diventare la versione migliore di te stessa.
Ti portano a guardarti da angolazioni diverse. E se sei davvero brava, anche a non avere la tentazione di dirti che sei sbagliata, che non sei abbastanza bella, che sei pigra, che non ce la fai.
Ma, semplicemente, che è in quel momento che qualcosa non va.
E che devi trovare un modo diverso per incastrarti a quello che vuoi.
E avere la forza di pensare che, per avere quello che vuoi, ti spingerai così oltre che ne uscirà una te stessa arricchita. Che si guarderà indietro e non si riconoscerà più!

Ero ambiziosa. Sono tenace e intelligente. Avrei potuto ottenere dalla vita grandi cose.
E, invece investo tutte le mie energie e gran parte del mio tempo a raggirare la mia natura psico-fisiologica per affinare nuovi strumenti e avere la meglio sulle mie difficoltà.
Tuttavia, la cosa più preziosa che raggiungo ogni giorno, non è ottenere dalla vita quello che voglio ma aver voluto profondamente tutto ciò che, poi, alla fine, ottengo.

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