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Il lettore vocale della macchina nuova

Dopo quasi due settimane con la macchina nuova ancora non ho imparato come far comunicare smartphone e pc dell’auto.
E so anche che sono così pigra che non imparerò mai.
Se non schiaccio tasti a caso in attesa che le cose facciano (per magia) quello che voglio, in alternativa, faccio l’ominide che dallo schermino touchscreen non riesce manco a cambiare la stazione radio.
Da qualche tempo ho imparato che posso farmi aiutare nelle cose da quelli più bravi di me. C’è un sacco di gente che, al contrario, ama leggere le istruzioni con calma.
Quando stavo con Paolo ero sorpresa dalla quantità di cose che si potevano apprendere leggendo un libretto di istruzioni. Scoprivo sempre che le cose potevano fare davvero quello per cui le compravo. Io, per 30 anni, ho pensato che tutto non funzionasse.
Lui leggeva anche le etichette delle magliette prima di stirare. Io non avevo mai visto l’etichetta di una maglietta.

Dunque, a pomeriggio chiamo il tizio della concessionaria e gli chiedo se posso andare a farmi insegnare come configurare il pc della macchina. So anche che non starò mai attenta a quello che dirà. Ma so anche che, almeno, qualcosa di più di me lui farà.

Il mio amico commerciale mi rimanda al ragazzo giovane e smanettone che infatti entra in macchina con me, schiaccia due tasti e per magia la macchina fa ciò che fa il mio smartphone.
Il ragazzone, Leonardo, sulla trentina, fa il piacione con me.
Fa lo spiritoso, quello sveglio e sul pezzo, padrone della situazione e del suo lavoro; a me, invece, piace fare la parte dell’imbranata per non far scoprire che sono intelligente pure io, solo che non ho voglia.
Quindi faccio la sorpresa e l’analfabeta informatica e mi faccio configurare tutto.

Per farmi vedere quanto è figo l’esecutore vocale di comandi, chiede alla macchina di mettere della musica Jazz, ma appena apre Youtube salta fuori, ovviamente, “fiocchi di cotone” di Cristina D’avena. Lui ridacchia e fa…”e io che volevo fare il gentiluomo raffinato”.
Non gli dico che il Jazz non mi piace proprio per niente.
Allora, dai: “Suona Pink Floyd”, dice al computer. “Ascoltiamo qualcosa di più universale” mi dice.
Non gli dico che se le canzoni non hanno un ritornello orecchiabile, come “omareneroomareneroomarenè” neanche le ascolto. Perché sono troppe impegnative per la mia mente pigra.
Dai! – mi dice- questa la conosci- all’accenno di note sconosciute.
La mascherina copre il mio ghigno ignorante.

Continua a smanettare sul computer di bordo della macchina, quando ad un certo punto dà l’ordine: “ascolta ultimi messaggi Whatsapp”.
Non avevo idea di cosa mi fosse arrivato su whatsapp nell’ultima mezz’ora.
Ho fatto un rapido ripasso e mi sono sentita come quando il professore di filosofia mi chiamava per interrogarmi. Cioè speranzosa che si aprisse il terreno sotto i piedi per inghiottirmi.
Mi sono ricordata di aver parlato metà pomeriggio delle mie emorroidi con i miei amici e che, a qualcuno, avevo anche mandato le foto-testimonianza del decorso proctologico. Di cui non ho ancora letto i commenti.
Voglio morire.

La macchina inizia a parlare in tono monotematico: “Federica dice ridere a crepapelle”. Io sospiro di sollievo.
Poi, continua, con lo stesso tono monotematico: “Valerio dice spero che la patata non sia messa come il tuo culo”; “Angelo dice il tuo culo non ha bisogno del medico. Metti il Napalm, daje foco”.

Lui a quel punto fa: va bene, dai. Funziona!
Io sento di non aver mai provato così tanta vergogna in vita mia. E di occasioni ne ho avute tantissime.
Ma non avevo mai sentito in viva voce la mia macchina parlare commentare il mio culo.

Meno male che mia madre e mio padre sono entrati nel negozio e non sono in macchina con noi.
Meno male che le mascherine coprono l’espressione del viso, mia e sua.
Lui ridacchia, sorvola, mi spiega del wi-fi. Io che decido che a Torino andrò al concessionario di nuovo perché, ovviamente, quel poco di attenzione che c’era è focalizzata su quanto successo pochi minuti prima.

Finiamo, rientriamo nel negozio. Saluto il commerciale più anziano, recupero i miei che, nel frattempo, sono saliti in tutte le macchine in esposizione, ignari come sempre delle mie belle figure.
All’uscita saluto timidamente Leonardo: “Grazie mille, Leonardo”. Lui, con sorriso complice, mi fa “E’ stato un pomeriggio interessante”.

Poi mia madre, entrata in macchina, mi fa: “Visto? visto? A quel Leonardo piaci ! E’ proprio carino e gentile quel ragazzo. Hai sempre il solito culo”.

Si, mamma. Sono proprio le parole giuste. E’ proprio questione di…culo.

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