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Un dolore…invisibile.

Avete mai avuto un problema che gli altri non vedevano?
Avete mai provato a spiegare un male per te concreto ma invisibile agli occhi altrui?
A chiunque, senza mettere croci su nessuno…Un parente, un amico, un medico.

Ecco, il motivo per cui esiste questo blog con questo nome, è perché volevo che si parlasse, si sentisse, quasi si toccasse quanto invece può essere presente ciò che non è visibile.

Ci ho messo quasi due anni a scrivere questo post, perché è difficile parlare di esperienze dolorose senza sembrare di essere in cerca di compassione e vittimista.
Ma oggi che sono quel giusto mix di incazzata, motivata e grintosa ve lo dico così:

L’esperienza del dolore è soggettiva e va rispettata.
Non è solo con gli occhi che si stabilisce se una persona sta davvero male.
Il dolore non visibile non equivale ad immaginario.
Se non capite quale sia la sua origine non vuol dire che sia un problema psicologico.
Il dolore è dolore, sempre. 

E, per inciso, anche il dolore psicologico ha una sua dignità che va rispettata, analizzata e curata senza per forza dare una percentuale di colpa a chi ne soffre. Se uno ha un ictus non lo accusiamo di essere una persona troppo problematica o che pensa troppo.

Abbiamo fretta di catalogare, inquadrare e comparare le cose a ciò che abbiamo già conosciuto.
Per questo quando qualcuno si lamenta e noi non capiamo perché, la maggior parte finiamo col dire la cosa sbagliata.
Cerchiamo di trovare soluzioni facili a problemi difficili.
Abbiamo la necessità di avere opinioni veloci su fenomeni complessi.
E quando non ci riusciamo, il problema diventa dell’altro. E’ l’altro che è sbagliato o complicato.
Abbiamo perso l’abitudine a dire a dirci: “aspetta un attimo. Ho bisogno di più tempo per capire”.

Passiamo i primi vent’anni della nostra vita a scuola senza capire a cosa servono davvero un problema di matematica e fisica, una traduzione di inglese, una versione di latino e greco:
che ciò che abbiamo davanti, per essere capito, ha bisogno di essere letto e riletto, ascoltato con tutti i sensi e passato per il filtro della ragione, con pazienza.
Che prima di esprimere una qualsiasi considerazione su una qualsiasi cosa, questa va prima scomposta nelle sue parti, contestualizzata e valutata.

E che il vero scopo non è “essere i più bravi”.
Il vero scopo è avere degli strumenti che ci diano la possibilità di cercare di capire la complessità e l’interezza dei fenomeni della vita, qualunque essi siano.

Due anni di blog, migliaia di parole, situazioni surreali, pensieri esposti male per dirvi che soffrire ogni giorno è come vivere in trincea, soffrire senza essere capiti ed essere giudicati ad minchiam è un’inculatura ma l’efficacia dello sforzo di capire e mettersi nei panni dell’altro (che stiate parlando o ascoltando) è maggiore del mandare in culo tutto e tutti.
Parlate, ascoltate, riflettete ed empatizzate. Sforzatevi di capire.
Dite “non lo so” piuttosto che dire o pensare “non è possibile”.
Contate fino a 50.
E quando siete esausti di tutto questo rileggetevi sempre Giobbe Covatta:
E il Signore disse: “Donna, tu partorirai con gran dolore. Uomo, tu lavorerai con gran sudore, ammesso che troverai lavoro. E la terra produrra’ spine e sofferenze”. E Adamo disse: “Ma santo Dio, tutto questo per una mela? Domani te ne porto un chilo…”.
Perché, almeno,  non ci resta che ridere.

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