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Diario del disagio: il tecnico della Enel

– Signora, Pasquale della Enel sono. Ma poi col contatore tutto bene? –

Sono le 13, per me è l’alba. Sono ancora decisamente rincoglionita e non ho la minima idea del perché dall’altra parte del telefono ci sia un tizio della Enel che mi stia chiedendo del contatore.
Io dormo di giorno e sto sveglia di notte.
Il mondo è un’autostrada e io sono quella che viaggia in senso contrario sulle due corsie sbagliate.
Quando devo parlare al telefono appena sveglia divento una bestia.
Soprattutto con gli sconosciuti. Con gente che non so chi sia e che cosa vuole da me.

Il mio silenzio esplicita la mia rabbia mista a perplessità. Una buona parte del mio cervello sta dicendo al suo interlocutore: “Pasquale, chi sei? che minchia vuoi da me a prima mattina?” ma l’altra parte di me è troppo addormentata per dire qualsiasi cosa.

– Pasquale, forse ha sbagliato numero.
– Ma lei non è la signora Manca? – insiste l’altro.
Bestemmio silenziosamente mia madre che dà il mio numero in giro.
– Si, ma sono la signora Manca sbagliata. – Asserisco nervosa. – Parlo con mia madre e la richiama lei – attacco sbrigativa e distaccata.
Brontolo di malumore.
Chiedo a mia madre perché la Enel mi cerca per il contatore, ma lei spergiura di non sapere nulla.
Non ci credo, ovviamente.
Sciabatto pensierosa fino al bagno, ma quando passo davanti al quadro della luce ho un vago sentore di averci avuto qualcosa a che fare.

Il flashback mi arriva seduta sul gabinetto.

Sono le 3 del mattino.
Ho già preso la prima compressa di benzodiazepine, ho visto quattro o cinque puntate di The Bing Bang Theory senza riuscire ad addormentarmi.
Basta, prendo un’altra compressa. Mi drogo a dovere – decido.

Sento la sindrome premestruale regnare furiosamente in me. Le pippe mentali e la voglia di schifezze mi stanno uccidendo. Non sono troppo rincoglionita per dormire, ma lo sono abbastanza per avere la fame chimica e per decidere che tra la prova costume e un’abbuffata di qualche porcheria preferisco la seconda.
Decido che voglio farla sporca.
Voglio sedermi in cucina con il barattolino Sammontana al cioccolato mentre, in lacrime, ascolto e canto Celine Dion.
Il piano è semplice e chiaro.

Invece, mi accorgo che non c’è la corrente.
Vado al quadro del contatore di casa ed è tutto ok. Presumo che non sia un problema di casa.

Aspetto un’altra oretta, continuo a guardare sit-com mentre mangio patatine alla paprika ma la corrente non è ancora arrivata.
Sto morendo di sonno per la doppia dose di benzodiazepine, ma il pensiero di mia madre che si lamenta perché il pane si è scongelato vince il sonno e l’inerzia.
Quindi, chiamo la Enel e mi risponde un certo Pasquale. Che mi suggerisce di andare al quadro generale. Fuori.
Gli chiedo di rimanere con me al telefono mentre attraverso il giardino, esco fuori per strada e arrivo al contatore.
Sono drogata a pezza, lo so e voglio un supervisore.

Apro il cancello, il contatore generale è ok.

Sono quasi le cinque – mi dice il povero tizio. – Alle sei montano i tecnici e faccio fare un intervento.

Ma io, chissà per quanto tempo e in che stato, sbiascicando e trascinando le parole, racconto di mia madre che quando non c’è la corrente blatera della roba in freezer che si scongela, del frigorifero che cola acqua, della fissazione per la casa.
Il ricordo è confuso ma so di aver fatto questa cosa.
So anche di aver raccontato tutte queste cose, dopo aver detto che non voglio uscire in giardino da sola perché ho paura che dietro alla siepe di alloro ci sia un delinquente che ha staccato la luce di proposito per violentarmi.

Non so bene cosa pensi il mio interlocutore, ma sono sicura che è per pietà che mi dice che avrebbe mandato i due tecnici il prima possibile.

Mentre sono nel letto, in uno strano attimo di lucidità, ricordo di non aver chiuso il cancello. Mi alzo.
E mi rendo conto che, pur sapendo di essere senza corrente, ho cercato di aprire e chiudere il cancello elettrico.
E che questo ha pure funzionato.
Allora riguardo bene il contatore dentro casa e mi accorgo che è impercettibilmente abbassato.
Abbasso, rialzo e torna la luce.

Le fettine di capocollo e il pane sono salvi. Ma mi vergogno tantissimo.

Non ricordo bene come e con quale scusa, ma richiamo Pasquale e gli dico che non occorre più l’intervento.
Svengo.

Pasquale è così visibilmente colpito dalla storia del turno di notte che mi richiama.
Ed io lo bistratto come se neanche lo conoscessi.

So che alla Enel racconteranno per anni della tizia che ti chiama la notte, ti racconta di fettine di capocollo congelate singolarmente, di gente che di notte stacca contatori per usare violenza sessuale sulle donne e che, poche ore dopo, con tono professionale e distaccato ti bistratta dandoti del lei.
Ma spero di portarmi questo segreto nella tomba. In fondo, tutta sta storia, la so solo io.

Non faccio in tempo a formulare il pensiero, che arriva una video chiamata da mio padre, ricoverato in ospedale.

– Nati, una curiosità…che hai fatto stanotte?

 

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