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Edvard Munch

Camminavo lungo la strada con due amici, quando il sole tramontò. I cieli diventarono improvvisamente rosso sangue e percepii un brivido di tristezza. Un dolore lancinante al petto. Mi fermai, mi appoggiai al parapetto, in preda a una stanchezza mortale. Lingue di fiamma come fiamme coprivano il fiordo nero blu e la città. I miei amici continuarono a camminare e io fui lasciato tremante di paura. E sentii un immenso urlo infinito attraversare la natura.

Queste sono le parole che Edvard Munch utilizza nel suo diario per raccontare la genesi della sua opera più celebre, l’Urlo, nata intorno al 1893. Si trattava, probabilmente, di un attacco di panico.

L’Urlo è un’opera che non raffigura un uomo, una donna. Raffigura lo strazio e la sofferenza dell’intera umanità.

È il grido di paura e di terrore dell’essere umano, scosso da smarrimento e dalla sensazione di incomunicabilità di fronte all’altro e a ciò che lo circonda.

La natura, per esempio, sebbene sia struggente e suggestiva, non consola la solitudine del protagonista. Ma ne risalta ancora di più nettamente il distacco.

L’Urlo di Munch è puro espressionismo pittorico in cui i dati reali e irreali si confondono, per dare vita a quello che è il ritratto dello spettro interno dello scrittore.

Un sentimento individuale che diventa una sensazione universale: il sentirsi sopraffatti e non trovare soccorso alcuno in nessuno.

Munch provò, nella sua vita, la depressione e l’alcolismo. Fu travagliato da inquietudine e angoscia per tutta la sua esistenza. Sentimenti che trasmise costantemente nelle sue opere.

La sua vita emotiva non fu delle più semplici.

Fu il secondo di cinque figli di Laura Catherine Bjølstad (1838-1868) e Christian Munch (1817-1889): Johanne Sophie (1862-1877) con cui instaurò un rapporto di grandissimo affetto, Peter Andreas (1865-1895), Laura Catherine (1867-1926) e Inger Marie (1868-1952).

Tra i suoi parenti troviamo anche il pittore Jacob Munch e lo storico Peter Andreas Munch, fratello del padre.

La famiglia del pittore si trasferì a Christiania (l’odierna Oslo) nel 1864, quando Christian Munch diventò medico alla fortezza di Akershus (un castello costruito per proteggere Oslo).

Fin dalla sua infanzia, Munch fu provato da una serie di disgrazie familiari che gli strapparono via i suoi più grandi affetti: la tubercolosi si portò via dapprima la madre, poi la sorella maggiore. Più tardi morirono il fratello e il padre. La sorella minore morì, invece, in un ospedale psichiatrico consumata dalla schizofrenia.

L’angoscia, la crisi dei valori etici e religiosi, la solitudine e l’incombere della morte sono i temi trasferiti su tela dall’artista. Le figure deformate e rappresentate nei quadri non sono altro che la personificazione degli incubi di Munch. I suoi incubi, però, sono quelli dell’uomo comune, dell’intera umanità, che vive la vita nel sentimento costante dell’incertezza del futuro e della paura della morte.

Il pittore morì nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, in solitudine, colpito da polmonite.

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