fbpx

Gli artigli della terra

Adorava mettere i dischi.

Lo faceva fin da bambino e per lui era diventato un po’ come andare in bicicletta. Meglio che andare in bicicletta.

Una di quelle cose che puoi non fare per anni ma che ti resta incisa a caratteri cubitali dentro il Dna.

Forse è anche meglio prendere dei periodi di pausa così l’aspettativa cresce insieme al desiderio di pratica.

Non diventa un obbligo e quando puoi nuovamente dedicartici scatta l’epifania.

Quando metteva le mani su un mixer quello gli trasmetteva la gioia.

Sempre un’emozione.

Nonostante le lunghe settimane di astinenza la tecnica non lo abbandonava.

Ultimo ma non meno importante c’era il fatto di collezionarli.

Non era come avere un brutto CD rigato.

 

Lì il packaging era ammaliante.

A volte si trattava di un doppio LP da 12 pollici. Potevi aprire la confezione nello stesso modo in cui si apre un libro.

Tutto da scoprire. Tracce che vengono vagliate dalla puntina indagatrice fino a darti il capogiro.

E forse soltanto dopo il decimo ascolto incominci a comprenderne il concetto.

Spesso il vinile, che per natura è di colore nero, viene stampato con altre tinte che originano sfumature marmoree. Tutto frutto del procedimento di pressa.

Sul vinile puoi toccare con mano le tue produzioni.

I solchi che vedi sono le alte e le medie frequenze. Insomma puoi “vedere” la tua musica!

Le basse frequenze invece vengono ricostruite fedelmente e il tutto è reso interessante da una particolare distorsione che solo quel formato possiede.

Magari sui diffusori casalinghi non si percepisce la differenza ma su un grosso impianto il suono fluisce caldo e possente come il ruggito di una belva.

Ne aveva davvero tanti e a breve sarebbero stati loro a cacciarlo dalla sua piccola mansarda.

Avevano colonizzato un agglomerato di scatoloni per incominciare ad espandersi sulla scrivania.

Vinili che si moltiplicavano come i coloni.

 

Mentre suonava era solito compiere una sorta di rito.

Uno spinello accompagnava le sue performance.

In quei momenti riusciva a vedere tutto più lucidamente per organizzare librerie, campioni, effetti, volume e automazioni.

La canna gli permetteva di entrare nel ritmo tribale di quelle sonorità per concentrarsi sull’editing. Il resto del mondo rimaneva chiuso fuori.

 

Ne stava giusto rollando una quando si accorse che si trattava delle sue ultime cinque cartine. Giunto a quel traguardo il pacchetto ti avvisa con un fogliettino di ammonimento.

“Occhio che si tratta delle ultime cinque, se non sarai abbastanza lungimirante rischi di restare a secco”. Una faccetta preoccupata ti ammicca dal cartoncino.

E non si capisce come mai ma quelle ultime cinque scarseggiano sempre di colla.

Una o due ti tocca rigirarle così alla fine quelle che non si ammutinano sono poi un paio.

Dopo averla accesa e dopo aver ascoltato un paio di Acid Beat incominciò a pensare alla differenza che c’è tra i vinili e le persone.

Con quelli puoi stare sicuro di non ricevere nessuna fregatura.

Sono rotondi, solidi e affidabili. L’esatto contrario degli esseri umani.

 

Estese la sua riflessione sulla differenza tra un vinile e un cd dove la musica è riprodotta attraverso i numeri.

Tra una Groovebox analogica e una digitale.

Nella Groovebox analogica, la corrente generata da un oscillatore scorre attraverso condensatori e resistenze per poi venire trasdotta da un diffusore.

Il suono è grezzo, naturale e genuino.

La Groovebox digitale, al contrario, riproduce quelle forme d’onda attraverso il campionamento.

Il suono digitale non è altro che un’imitazione. Una brutta copia generata da qualche tabella.

Gli si presentarono in mente una serie di personaggi che aveva incrociato in quell’ultimo periodo.

A volte gli capitava di sentirsi come se da un determinato momento fosse stato inserito all’interno della memoria fittizia di un grosso calcolatore sbullonato.

Affidabile certo, ma trattandosi di una macchina, impreciso e privo di ogni fantasia.

“Come può uno strumento del genere comprendere le singole persone e le loro effimere esigenze?”

 

“Non siamo tutti uguali e non si può fare riferimento alla casistica in quanto non stiamo parlando della tabella di un sintetizzatore.”

 

Nonostante le limitazioni che ostentava, aveva la sensazione che questo metodo venisse utilizzato da tempo per creare delle interrelazioni tra gli esseri umani.

 

“Immaginatevi ogni essere rappresentato da un codice con annessi dei relativi valori”.

Attraverso formule matematiche è così possibile creare delle situazioni circoscritte, dove si mettono in relazione degli individui “compatibili”.

Una macchina senza coscienza ne conducente ma con volontà propria e con la possibilità di convogliare l’essenza umana.

A questo punto gli individui non son più “analogici” ma tendono verso una realtà cooperativa suddivisa per livelli.

Purtroppo, non posseggono più quell’estro creativo e quelle emozioni genuine che hanno caratterizzato gli individui negli ultimi decenni ma scambiano delle informazioni alla velocità di un click. Frutto di personali impressioni. La provenienza e la veridicità sono un optional ormai.

Basta sentirsi un po’ veggenti.

“Quanti grandi pittori o quanti grandi musicisti hanno calcato la scena degli ultimi anni per apportare sostanziali novità al panorama?”

La qualità della musica è buona, ma gran parte del merito va alla tecnologia.

“Quanti Leonardo, quanti Einstein e quanti Hendrix conoscete?”

Nessuno. E la risposta è piuttosto ovvia. Questo sistema appiattisce e uniforma le menti. Punto.

L’originalità è per gli Outsider e le nuove idee sono pericolose.

Rischiano di incrinare la struttura che sovrasta il reale.

Ormai gli stessi desideri degli individui sono ricamati sulle necessità implicite di questo meccanismo.

L’arte è diventata una provocazione. La televisione è trash, la musica è trash, il profilo medio è trash.

Oggi le persone sono un surrogato.

Sembra che si tenti di riprodurre le sensazioni originali attraverso un processo di sintesi. Il profumo di Suskind.

Peccato che il processo sia fasullo come il latte in polvere.

 

In questo modo la realtà viene catalogata come un bella collezione di francobolli ordinati per anno.

Nulla viene dimenticato o lasciato al caso.

 

Se sei un francobollo, tutti i tuoi amici sono tali.

Sei colorato, hai il contorno seghettato e sei riposto con cura dentro un album insieme a tutti i tuoi compari. Simili per taglia e colore. Tutti appiccicosi.

 

La gente ha paura del diverso, lo allontana favorendo lo sviluppo di questo tessuto.

Se sei fuori dall’album sicuramente c’è un motivo valido ed è meglio tenerti alla larga.

Potresti essere forma di noie imprecisate.

E’ meglio non avere ulteriori noie in questo periodo già complicato.

Meglio starsene da soli.

La gente la incontri su Facebook. Lì sono tutti felici e contenti. Prima o poi si troverà uno spazietto anche per degli altri ingranaggi.

Vivendo un’esistenza intensa non ti rendi conto della matrice.

Riesce a ingigantirsi negli spazi angusti con un effetto devastante e bizzarro per gli individui.

Tutto appare organizzato per paratie. Ci sono diverse categorie di persone. Le vite appaganti sono destinate ad un numero esimio d’individui.

Togliendo un mattoncino si narra che l’intera cattedrale crollerebbe.

Anche gli archi a sesto acuto e le guglie più elevate. Un solo mattoncino della cinta muraria.

 

Siamo una costruzione di Lego dove ogni pezzo colorato s’incastra come in una partita di Tetris.

Ogni pezzettino ha una funzione fondamentale all’interno del dipinto, plastificato, statico e illusorio.

Un luogo sicuro e famigliare dove la voce di Google ti suggerisce come comportarti, cosa mangiare ma soprattutto cosa pensare.

Se la gente si sente inutile anche la loro esistenza assume tinte sbiadite.

Per questo motivo, la gente ha bisogno di essere incentivata.

Proprio come si fa con le cavie da laboratorio. La storia del premietto e della scossa.

A forza di beccarsi la scossa è desumibile che assumeranno comportamenti più “consoni”, ricevendo poi dei copiosi premietti.

 

Un enorme laboratorio a cielo aperto.

Sperimentazione o polvere.

 

Un luogo dove Lucifero ha estorto il suo tributo a vari personaggi che possono riacquistarlo a piccole rate.

La gente sa’ che gli è stato sottratto qualcosa il fatto è che non sa da chi.

Tutto diventa complicato, fumoso. Alla fine, non sanno con chi prendersela così scagliano la loro ira su tutto quello che è diverso. Tutto quello che non rispetta il “buon costume”.

In un paese per vecchi. Il colmo.

 

In enologia, quando parte del distillato viene perso durante il processo di sedimentazione nelle botti si parla di “Angel’s share” o tributo per gli angeli. Dove finisce quella percentuale di alcool?

Le persone non sono dei codici a barre e come Dio le ha fatte nascere così dovrebbero rimanere fino al loro appuntamento imprescindibile.

Libero arbitrio, privacy, individualismo sono tutte parole di cui gran parte della rozza popolazione ha dimenticato il significato.

Macabra danza dove formule concepite da “simili” condizionano la vita di altri “simili”.

Il tutto ovviamente finalizzato al profitto.

Adottando questo metodo su scala globale si ha il controllo di ogni situazione.

La fase finale di una partita di Risiko.

 

Vi era un gioco di carte a fine ‘900.

Si chiamava “Illuminati” e lo scopo era quello di conquistare l’intero pianeta terra.

 

Parte di quello che Dio aveva donato ad ognuno di noi era stato sottratto o meglio rubato in nome di orrori chiamati Capitale o Corporazione.

Intere masse di popolazione soffrivano e vivevano di stenti.

D’altronde si tratta del “gioco” della vita.

 

Alla mela è stato dato un morso e non ci troviamo più nell’Eden. Adamo ed Eva sono stati cacciati da tempo.

“Selezione naturale”, avrebbe detto qualcuno. Con il sedere al calduccio però.

 

Adesso ci tocca vivere in questa discarica a cielo aperto. Ma quanto è affascinante?!

 

Qui il posto di Dio è stato usurpato da altri uomini senza scrupoli.

Fatti a sua stessa immagine e somiglianza.

Molto probabilmente si confondono con lui. Finché verrà loro permesso.

Uomini che decidono la sorte di altri uomini.

Suona un po’ macabro.

Persone “digitali” inserite in questa nuova rete.

 

Molto probabilmente si sta parlando di soldi.

Tutto il resto è noia.

Ogni cosa può essere calcolata, censita e prezzata.

“Quanto vale una vita umana? Qualche migliaio di euro? E il suo spirito? La sua tranquillità?”

Ogni cosa ha un suo valore intrinseco.

Si tratta di un labirinto oscuro.

L’architettura ricorda quella del Dark Web.

Qui “i Numeri” si incontrano come pezzi di una scacchiera.

Fondamentale è non finire giù dal tavolo.

Questi numeri si muovono cigolando per i corridoi bui con la sola certezza che incarnano.

Si legano ad altri numeri in relazioni simbiotiche o fittizie concepite dalla chimica.

Poi ci sono i numeri spaiati.

I Numeri Primi. Divisibili solo per loro stessi, costretti a brancolare senza mai incontrare nessuno.

La solitudine dei numeri primi che vagano incerti in un territorio ormai assimilato.

Molto dipende dal mondo in cui riemergi dopo l’abbraccio di Morfeo.

 

La mente è ancora annebbiata ma istintivamente la parte più selvaggia incomincia a sondare il terreno circostanze. I primi profumi giungono all’olfatto e i sensi si destano.

Quando l’intessuto è compiacente ti puoi abbandonare ancora qualche minuto nel rimirare gli albori mattutini.

Di solito però la statistica genera qualcosa di diffuso e comune.

Ti ritrovi ad aprire gli occhi su uno spazio famigliare e privo di aspettative. La luce non ha alcuna attrattiva.

Ogni slancio elementare risulta un ostacolo e le connessione restano pressoché immutate, come i pensieri inutili che gravano sulla parte più spensierata dell’essere.

E proprio in quello spazio che ci si trova a remare come un naufrago alla deriva in mezzo ad un mare di numeri.

 

Quel sabato mattina forse ero giunto sulla mia spiaggetta tropicale e nulla mi avrebbe impedito di fare della sana baldoria, controcorrente, in uno spazio dove i numeri asserviscono degli altri significati.

 

Dove il Caos e le Persone prendono il sopravvento in un’estasi di colori, suoni e corpi sudati.

“Dicono che il Caos non sia altro che ordine ancora indecifrato”.

 

Viaggerò lontano anni luce da quella che viene chiamata “Società”.

“Vorresti forse insinuare che si tratta di un dinosauro?!”

“Le tasche di pochi ti smentirebbero come un buffone ubriaco ma se vuoi accomodarti sei il benvenuto”.

I giorni dell’idealismo sfrenato hanno oltrepassato lo Zenit.

Avevo cominciato a contare i mesi su un vecchio calendario della Pirelli. Tette e culi sopra delle fuoriserie.

La pancia nascondeva le dita dei piedi e non ricordavo mai dove mettevo l’orologio.

Nonostante ciò, là fuori, uno stuolo di pulzelle avrebbe fatto carte false per prendersi un paio di pinte con il sottoscritto.

“Questa sera solo festa. Metterò anche un paio di tracce all’Elk’s Pub”.

“Solo strumentazione analogica. Resistenza contro un sistema binario che tenta di strumentalizzare ogni battito di ciglia.”

 

Inspirai profondamente le ultime note. Neanche mi ero accorto che stavo per fumarmi il filtro. Una cappa di fumo mi sovrastava il capo mentre i pensieri e un aroma dolciastro e pungente impregnavano le pareti del monolocale.

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *