fbpx

Le palline blu

Mi recavo, come tutti i giorni, all’ambulatorio.

Quando sono arrivato alle 8:30 il corridoio era già pieno di gente.

Lo studio era nel quartiere di Petare, nel municipio Sucre dello Stato Miranda. La città di Caracas era così cresciuta negli ultimi 60 anni che aveva letteralmente ingoiato tutte le cittadine della periferia e non si vedeva più nessun confine. La vecchia zona di Petare era diventata uno dei più grandi quartieri popolari dell’America Latina con i suoi 800.000 abitanti e le sue grosse difficoltà di accesso alle risorse.

La sua popolazione era composta da diversi gruppi di immigranti della campagna venezuelana e migliaia di immigranti provenienti da diversi Paesi dell’America Latina, soprattutto dalla Colombia. Erano giunti fino a noi in fuga, per scappare o nascondersi della guerra civile che c’era stata in Colombia negli anni 50. Con il passare degli anni erano diventati parte integrante del tessuto sociale seppur si poteva ancora sentire in loro l’accento costiero, cachaco o bogotano.

All’inizio del millennio, la lotta alla droga avvenuta con l’aiuto dell’esercito nord- americano portò con sé uno stato di violenza tale che fece credere al Venezuela che la violenza fosse per i colombiani l’unico modo di salvare la pelle.

Ho lavorato in aziende in cui la maggior parte degli impiegati erano colombiani o figli di colombiani nati in Venezuela. Portavano sempre con loro il buon umore e la voglia di lavorare.

Erano buoni meccanici, autisti e paramedici. Gente socievole e loquace.

Spesso erano preferiti ai venezuelani per la loro predisposizione al lavoro e la loro bravura e perciò generavano non pochi pregiudizi, problemi e differenze sociali per questi motivi.

Portavano con loro anche la conflittualità di aver sofferto la violenza politica e l’esclusione sociale, di aver vissuto in zone di conflitti bellici o di aver appartenuto ad organizzazioni militari, paramilitari o criminali di lunga durata nelle loro regioni.

Il Venezuela era un’opportunità per tutto. Per continuare a vagabondare o per ricominciare da capo, lontani da tanto orrore.

C’era mia madre in visita a Caracas e per non lasciarla da sola a casa la portavo in studio con me.

Organizzava la fila dei pazienti e non ufficialmente li intratteneva parlando e raccontando loro aneddoti della mia infanzia, dicendo quanto era fiera di me. Io la sentivo attraverso i muri e mi vergognavo da morire. Ma era pur sempre l’orgoglio di mia madre…

Quel giorno c’era un paziente con un berretto per primo nella fila. Non si alzava, non parlava. In visita parlava così a bassa voce che non riuscivo a capire ciò che mormorava. Aveva la carnagione ramata, di razza mista, con raffinati caratteristiche facciali.

Mi chinai per sentire meglio e mi resi conto che era vacillante, confuso e che non mi guardava in faccia. Gli tolsi gentilmente il berretto e gli dissi:

  • Tranquillo, raccontami ciò che è capitato e come ti posso aiutare.
  • Docto’, io faccio la guardia in una fattoria in Higuerote.  L’altra sera siamo stati aggrediti…io mi sono buttato giù da un burrone…sono rimasto lì per tanto tempo fra le foglie…coperto dalle foglie e dal fango… ci hanno sparato… eravamo in tre… stavamo mangiando in quel momento…
  • Quando è successo? – Chiesi, rendendomi conto del suo accento colombiano- costiero. Ti hanno colpito?
  • Sì, guardi…

Si alzò la gamba del pantalone e mi fece vedere delle bende di cotone piene di sangue vecchio e molto sporche. Lo feci passare alla barella dove faccio l’esame ai pazienti calcolando mentalmente se avevo il tutto per farle la medicazione delle ferite e chiedendomi se fosse necessario avvisare alla polizia come da codice deontologico sui servizi medici.

Tutta la gamba era gonfia, arrossata, piena di buchini di circa 8 mm che io non avevo mai visto.

  • Era un fucile a pannocchia, Doctò.
  • Cosa?
  • Un fucile a palline
  • Ahh! Capito!

Iniziai la medicazione, pulendo superficialmente e cercando di capire se le ferite avevano pus, terra, sassolini o qualche proiettile dentro. Lavai e ricoprii il tutto con antibiotici, medicazione e bende sterili. Era tutto molto infiammato. Gli prescrissi antibiotici parenterali e mi offrii di fargli l’iniezione ogni giorno, senza alcun costo aggiuntivo.

Prima di andarsene, mi guardò negli occhi e mi disse:

  • Doctò, erano poliziotti. Gli attaccanti erano poliziotti. Andavano sulle moto azzurre della Polizia Metropolitana di Caracas e avevano degli stivali alti. Gli ho sentito dire che cercavano delle scorte di droga nascoste, pensando che le avevamo lì. Era “un tumbe”, Doctò! I ragazzi, i miei colleghi, sono riusciti a nascondersi nella foresta nella notte e adesso sono salvi.

Mi resi subito conto che dovevo dimenticare le teorie sulle responsabilità legale dei medici; se tutto questo era accaduto perché la polizia cercava “un tumbe” di droga (appropriarsi della droga altrui), la vicenda allora poteva avere delle conseguenze pure su di me.

Ci siamo salutati e gli prenotai le medicazioni dei giorni successivi, poichè veniva a iniettarsi presto al mattino.

Ogni giorno mi dava un nome diverso per il mio elenco di pazienti e io smisi presto di fare domande.

Da due dei buchi che stavano cicatrizzando prelevai due palline di plastica con circa 7-9 mm di diametro.

Erano i proiettili di plastica che venivano usate durante le operazioni antisommossa. Non le avevo mai viste, ma i miei amici paramedici le conoscevano bene; alcuni di loro andavano come volontari ad aiutare i feriti dei cortei contro il governo e le vedevano spesso. Si preparavano i punti di sutura con le proprie risorse perché i poliziotti vietavano ogni tipo di assistenza ai feriti, ma loro sentivano che dovevano aiutare. In ogni corteo c’erano decine di colpiti per botti e armi antisommossa, anche per proiettili veri.

Posai le due palline in un contenitore a forma di rene per farle vedere ai colleghi, ma subito mi resi conto che nessuno doveva sapere che avevo trattato un ferito di arma da fuoco della polizia. Le gettai nella spazzatura facendo con me un patto di silenzio.

Passati i giorni le ferite finirono il processo di cicatrizzazione, lasciando come ricordo solo dei punti nella pelle.

Il signore mi spiegò che voleva tornare alla zona della campagna dove abitava la sua famiglia e che mi ringraziava per tutto. Non lo rividi mai più.

Non dimenticai mai né lui, né il colore azzurro delle palline; in un altro contesto sarebbero state solo delle innocenti palline di plastica.

Un pensiero riguardo “Le palline blu

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *