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Fragilità é donna?

Fragilità, il tuo nome è donna!
Lo diceva Shakespeare nell’Amleto, anche se era il primo a scrivere di eroine dal carattere forte e tumultuoso.
Sono passati più di 400 anni da quando la fragilità era associata a donne dall’animo e dallo spirito potente e possente, eppure ancora oggi quando si parla di fragilità, si parla di donna.
Pensiamo al femminicidio. Pensiamo a quanto ancora siamo abituati, nella cronaca, a sentir parlare di donne uccise. Di violenza domestica, fisica e psicologica. La maggior parte delle quali causate da mariti, compagni, fidanzati, amanti o spasimanti.
Pensiamo alle donne che decidono di lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio per la mancanza di servizi perché non ce la fanno a conciliare la vita familiare e il lavoro.
Pensiamo alle donne che lasciano il lavoro per occuparsi del genitore disabile. Più della metà dei caregiver è donna.
Ci sono donne che subiscono molestie nei luoghi di lavoro e poche di loro denunciano il fatto per paura di perdere il posto di lavoro. Preferiscono chiedere il trasferimento di ufficio e piuttosto il licenziamento.
Anche se la molestia sessuale sul posto di lavoro è un reato gravissimo.
Ci sono ancora donne che pur essendo qualificate professionalmente svolgono mansioni inferiori rispetto a colleghi uomini; donne che sono costrette ad accettare un contratto part-time; donne che guadagnano meno degli uomini e sono destinate ad avere pensioni più basse degli uomini.
Le donne, spesso, rinunciano alla maternità (anche se del secondo figlio) perché temono che le condizioni di lavoro non lo consentano.
Ci sono donne che arrivano nel nostro Paese su un barcone per trovare da noi un futuro migliore per loro e per i loro figli, e subiscono anche violenza.

La domanda provocatoria è: quindi, la fragilità è davvero donna?

Certo, la violenza sulle donne è facile e non solo perché hanno meno capacità di difesa fisica ma anche perché la donna-madre sopporta la violenza per i figli e per difendere l’unità della famiglia.
E a livello pratico bisognerebbe investire di più nella promozione di una cultura nel rispetto dei diritti umani fondamentali e delle differenze tra uomo e donna; così come si dovrebbero rafforzare i centri antiviolenza che lavorano in rete con i servizi territoriali: istituzioni, forze dell’ordine, azienda sanitaria, volontariato, cittadinanza.
E anche lo Stato dovrebbe credere maggiormente nelle politiche di genere e su quelle di welfare per le famiglie, per rendere più facile la vita a mamme, mogli, figlie.

La fragilità non è dunque donna per una questione fisiologica.
Ma perché è tutto il sistema sociale, culturale, economico che non è ancora pronto a sostenere con i pugni e con i denti la parità di genere. Un retaggio culturale e una storia millenaria le cui abitudini discriminatorie sono difficili da sradicare. Basti pensare al fatto che le donne hanno il diritto di voto da meno di un secolo.

Perché la fragilità di genere sia un ricordo, c’è bisogno di impegno sociale e consapevolezza da parte di tutti. La singola persona può fare la differenza certo, pensiamo alle donne che hanno cambiato il corso della storia: Franca Viola, per esempio, la prima donna che rifiutò di sposare l’uomo che la violentò; Sibilla Aleramo, che decise di lasciare il marito violento per militare per i diritti della donna; Maria Montessori che combatté l’analfabetismo.
Ma c’è anche bisogno che ognuno di noi si faccia messaggero di equità, conoscenza, giustizia e coscienza critica.
La storia appartiene a noi e solo noi possiamo cambiarla con le nostre azioni.
Buon mese della donna dallo studio medico MENS CPZ.

Un pensiero riguardo “Fragilità é donna?

  • 6 Marzo 2021 in 18:12
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    Promuovere una cultura di rispetto, di giustizia e di coscienza critica è un sacrosanto dovere di tutti, ma noi donne dobbiamo prendere coscienza delle nostre potenzialità, perchè credo che la violenza e la tanto ostentata superiorità dell’uomo è spesso una grande fragilità e debolezza.
    La consapevolezza della nostra dignità e della nostra forza morale può già aiutarci a trovare i comportamenti adeguati per infrangere subito, alle prime qavvisaglie, la sopraffazione dell’uomo e non lasciarci cadere nei sensi di inferiorità o peggio ancora di colpa.
    So che questo molte volte non è sufficiente, e allora dobbiamo parlare, parlare con chi
    ci può aiutare. La denuncia, spesso le cronache ce lo dicono, è imsufficiente. Ormai tutte sanno che ci sono istituzioni, associazioni, parrocchie chhe ci possono aiutare- E’ un cammino a volte doloroso, ma bello perchè ci fa incontrare la nostra vera identità.
    ci può aiutare. La denuncia spesso non basta. Come ormai tutte sanno, ci sono istituzioni, associazioni, parrocchie che possono aiutarci. E’ un cammino, a volte doloroso, ma bello.

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