Romolo and me!

“Sai cosa? Forse dovremmo prendere un cane!”.

Avevo da poco compiuto trent’anni e da qualche settimana qualcosa dentro di me mi diceva che stavo diventando grande.
Avevo fatto numerosi puzzle, finito Halo Reach a livello leggendario, costruito un buon numero di Lego.
Praticamente, ero pronta per il passo in più.
E fu per questo che quella sera, mentre giocavo alla X-box mangiando patatine e bevendo coca-cola, mi girai verso Paolo, con il controller in mano, e gli dissi: “sai, ho voglia di prendermi cura di qualcosa”.
Paolo, da buon ingegnere, non si scompose. Rimase in silenzio, fingendosi morto. Continuò a leggere.
Non mi lasciai scoraggiare.
“Un gatto…un cane…” buttai lì, vaga. Tornai ad ammazzare il mostro che mi stava facendo perdere tempo.
“Guarda” – mi indicò il piccolo Cactus abbondantemente trapassato che non avevo avuto il coraggio di buttare –
“La vedi quella pianta? Sai cosa ti dice? Sai cosa ti dicono i cadaveri sul balconcino? Che devi passare al regno minerale, non a quello animale. Fai sopravvivere una pianta e poi ne riparliamo”.

Anche io non ero granché convinta di poter avere la maturità, la pazienza, la continuità giusta di prendere un cane.
D’altronde, sapevo benissimo chi ero. Instabile, incostante, volubile, variabile, mutevole.
Avrei avuto la costanza di dargli da mangiare? di portarlo fuori a fare la pipì di inverno? di avere la lungimiranza di rispettare i suoi tempi e i suoi spazi? E dopo quanto mi sarei stufata?

Eppure quando le cose le vuoi davvero, quando sei in qualche modo pronto anche se tu non lo sai, una forza strana e misteriosa ti porta silenziosamente dove devi essere.

Qualche mese dopo, venne fuori che c’era un cane che aveva bisogno di uscire dal canile per un po’. Aveva bisogno di una ripulita, un bel bagno, un po’ di visibilità sui social per essere adottato.
Diedi la disponibilità di tenerlo in stallo, finché non avesse trovato una casa.
Il sei gennaio, appena rientrati dalla Puglia, andai a prendere in affidamento temporaneo una bestia informe, piena di pulci, peli, che emanava una puzza indicibile. Si chiamava Romolo.
“Solo finché non trova una mamma o un papà!”, dissi a Paolo, suoceri e alla mia famiglia. Tutti preoccupati per la bestia.

Sono passati sei anni. E’ ancora vivo. E nessuno arriva dove arriva lui.

Romolo è entrato nella mia vita piano piano, settimana dopo settimana, passeggiata dopo passeggiata, con la stessa grazia e paraculaggine che negli anni gli hanno permesso di entrare nei salotti con i tappeti persiani di chi “in casa mia, un cane mai”; ha conquistato i cuori di chi “io i cani li odio” e di chi “io dei cani ho paura”.
Con le sembianze di un cane, ma con la quintessenza di un vero gentiluomo, Romolo è quel tipo di cane che “qui dentro i cani sono vietati, ma con Romolo è diverso”.
Romolo può entrare nel cinema, partecipa agli allenamenti di pallavolo, scrocca posti in prima classe sui Frecciarossa facendo le fusa ai capotreni, passeggia indisturbato per i supermercati, prende i mezzi senza stare al guinzaglio, va da solo dal macellaio o alla gastronomia a ritirare il “pizzo” che gli viene conservato.

Non devo mai pormi il problema del “dove lascio il cane”. Perché con lui è facile. Possiamo fare tutto insieme.
Mi scopro e continuo a scoprirmi ogni giorno un’umana migliore di quella che ho sempre pensato di essere.

Occupandomi di lui, mi sono sempre incredibilmente occupata meglio di me stessa; accudendo lui, ho imparato ad accudire anche le parti migliori di me.

Lui è uscito dalla gabbia del canile; io dalla convinzione che mai avrei cambiato la mia vita e le mie abitudini per l’amore incondizionato verso qualcuno. Per più di qualche anno e senza stufarmi.
Anche se aveva qualche zampetta in più di quella che ci si aspettava.

Parafrasando chi gli dice spesso che ha vinto al superenalotto, posso con convinzione dire che quella che ha vinto veramente, sei anni fa, sono io!
Grazie Romolino!

 

 

 

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