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I pannolini bianchi

Era un bel giorno in campagna dell’agosto caldo del ’97. La mia bici suonava come se ogni buca fosse un colpo alla sua vita. Giravo dopo le tre del pomeriggio finendo le visite agli ultimi pazienti di quella zona. Ero nuovo e volevo presentarmi a tutti. Non sembravo così serio in bici con il camice lungo da medico e la mia figura magra, gli occhiali tondi dorati davano apparenza di ragazzino di città travestito da macellaio di paesino.

Avevo finito tutto il percorso della vecchia cascina dei fratelli Sardà, diventato quartiere rurale d’un paesino chiamato Calabazar di Sagua. Ho bevuto caffè in dieci posti diversi e chiacchierato di un po’ di tutto, perché tutti volevano capire chi ero io, come ero finito lì e sapere se ero preparato per occuparmi di loro.

Mi godevo la passeggiata per la stradina sterrata dove a volte appena c’era a malapena lo spazio per passare in bici. L’erba alta e gli alberi frondosi si alternavano nel paesaggio. Ogni casa aveva il suo odore che precedeva la mia vicinanza. La terra bagnata, legna asciutta, legna bruciata, erba tagliata, sterco di mucche, piume di pollo e l’odore inconfondibile dell’allevamento dei maiali.

Da lontano vedo una casa di legno conosciuta varie settimane fa, l’abitava un bambino appena nato che era uno dei primi neonati che avevo a carico. La mamma era sposata con un ragazzo che aveva appena trovato lavoro in un’altra provincia e purtroppo dovevano traslocare. Avevo fatto un resoconto medico con il riassunto della storia clinica del bambino per il futuro medico e mi sono dispiaciuto perché il trasloco, quel weekend, era già un dato di fatto.

Appartenevano ad una buona famiglia, numerosa e accogliente, si fidavano di me senza capire quanta paura e incertezze nel lavoro si trovavano tra miei occhi neri con l’aria intellettuale di uno che sà tutto.

Passo davanti al portone lontano dalla casa 100 metri, suono con la bici senza fermarmi per salutare ma non esce nessuno. Va be, mi dico e continuo due o tre pedalate avanti fino a che un pensiero mi ferma la bici e giro la testa per guardare il cortile dietro la casa. Battevano al vento almeno 20 pannolini di cottone di quelli che usavano i bambini, bianchi come il cocco e tenuti in aria con un bastone di legno lungo 3 metri che dava alla casa un aspetto di dimora tibetana.

Il bambino è tornato!!-ho pensato subito- e nessuno mi ha ancora aggiornato. Sono anche troppi pannolini per un giorno…mmmm.

Guardo il mio orologio e mi rendo conto che tornare era perdere il mezzo per tornare a casa mia. Non c’èra un’altra scelta. Devo capire cosa è accaduto, magari è in viaggio per trovare i nonni, magari hanno litigato tra loro e lei è tornata, chi lo sa. Comunque, entro con la bici in mano e miei pensieri e il classico:

 

– Buongiorno, c’è qualcuno?

– ……..

– Buongiorno, sono io, il dottore nuovo vi ricordate di me?

– Grazie Dio!. – ho sentito dal fondo della casa che risuonavano i passi rapidi.

– Grazie Dio “dotto”. Non sapevamo come fare e io ho pregato alla Vergine, mio nipote non stà bene, venga perfavore. – Mi porta per la mano a una stanza scura dove c’era disordine. Mi lascia lì e mi dice: -Adesso preparo un buon caffè.

 

Ho provato a pulirmi miei occhiali però era troppo buio, ma sentivo di avere colpito un letto. Dopo un po’ mi rendo conto che ero davanti a un letto dove c’erano coricati due corpi.

 

– Ciao, sono io. Come stai? – Dico io per capire chi era.

– Male. Ho la febbre da un po’ di giorni e mi fa male tutto. – riconosco la voce della paziente che ha partorito 27 giorni fa.

– E il bambino come sta? – Chiedo per sapere perché è il punto più debole della situazione.

– Sta bene, è molto tranquillo, appena succhia la tetta si addormenta e dorme dal mattino. Solo tiene un po’ di diarrea.

 

Ogni descrizione della situazione mi serviva per avere più dritti i capelli. Capivo la pericolosità della situazione per questo piccolino in mano di una neo-mamma e mi ricordavo dei casi simili visti nell’ospedale. Quasi tutti casi provenienti dalle campagne, neo-mamme , con situazione igienico-sanitarie difficili. Mi lavo le mani e torno nella stanza nella penombra.

 

-Posso prendere il bambino?

-Certo, “dotto” !.

 

Il bambino si lascia manipolare senza fare neanche Ah! Era libero e ipotonico e la pelle pallida. All’esame fisico il polso e il fiato erano troppo veloci, tachicardia e tachipnea. Gli ho messo il mignolo nella bocca e non succhiava neanche un po’. Il resto normale.

 

– Quanta diarrea ha avuto il bambino nonna!? Ho quasi gridato dalla stanza alla cucina da dove arrivava un profumo di caffè appena fatto.

– Penso dieci! – mi risponde la nonna tra i suoni di pentole nella cucina.

– Nonnaaa! Fuori ci sono 20 pannolini al meno. Non saranno di più? – rispondo io.

– …….- un silenzio imbarazzante e preoccupante coinvolge la situazione e sento dietro a me le ciabate della nonna e mi risponde quasi nel collo:

– Si. Anche di più. Mia figlia non voleva andare al paesino oggi, ha litigato con il marito e se n’è andata in strada con il bambino ammalato, è una pazza di m…. e ha fatto un gesto nell’aria come se volesse picchiarla simbolicamente.

 

Madre di Dio!. Ho pensato solo per me. Proteggilo e proteggi me della rabbia che ho adesso!.

 

Ho messo il viso della mamma tra le mie mani e con una scossa le ho detto in tono imperativo:

 

– Prepara tutto, non è uno scherzo, andrai all’ospedale provinciale adesso. Vado prima per coordinare tutto. Vi aspettiamo lì.

 

Lascio il caffè senza bere e prendo la bici che cavalco traballando per lo sterrato del giardino. Esco dalla via principale e arrivo al policlinico zonale come un pazzo.

 

-Chi è la guardia medica oggi? – Grido all’infermiera di turno che si allarma e si porta le mani al petto.

– Ave Marìa purissima!, cosa è successo!

– Uno dei miei neonati ha una possibile sepsis neonatal partita forse dall’intestino o respiratoria. Come possiamo farli arrivare qui?

– Uffff, Scribe a Spagna che ti ha ucciso un toro! – espressione che si usa tra immigrati spagnoli rimasta nella cultura popolare come sinonimo di problema senza uscita – Non ci sono ambulanze, la benzina donata ai volontari è già usata e non ci sono altri volontari in giro.

 

– Possiamo chiamare al Sium (servizio integrato di urgenza medica) municipale? Dico io nella mia innocenza di neolaureato.

– Miiijjooo! (figliolo mio) tu sei appena uscito dall’uovo. Loro non si muovono se non è una emergenza vera. Se non è una emergenza sarai passato per la commissione disciplinare. Sei sicuro…. sei troppo sicuro…..sei completamente sicuro!!!

– Ma, dai! Si…per carità. Credo si essere sicuro. Ma in quel momento non era sicuro per niente. Non voglio fare brutta figura però sono sicuro di avere trovato dei segni di sepsi. Ho pensato tra me.

 

Nel frattempo è uscito il mio collega che aveva appena fatto il bagno e si sedeva nella classica panca di cedro antico che non so per quale ragione, ogni caserma dei poliziotti, ogni ospedale e ogni stazione di treno a Cuba c’è la ha.

 

– Come mai sei ancora qua?

– Siamo nei guai. – Spiego la situazione e mi dice con la parsimonia di speranza di lavorare in periferia da tutta la vita.

– Tranquillo, ci pensiamo noi. Chiamo un amico della centrale dello zucchero che mi deve favori. – Dopo a voce bassa mi dice: non preoccuparti. Quel amico l’ho guarito da una malattia venerea e si sente in debito con me, ho solo fatto il mio lavoro, niente altro. Adesso mi serve chiamarlo. Fammi un’impegnativa, tu che hai visto al bambino e io inizio a muovere la “macchina”.

 

Scrivevo tutto della forma più dettagliata possibile e sentivo la voce del mio collega che chiamava con voce mielosa e parlava con una segretaria per poter parlare con il paziente riconoscente.

 

– Ciao amore come stai?. Si , io sono di guardia medica oggi….certo che mi manchi….anche tu hai la voce preziosa amore……passami il tuo capo…è importante….lo so che è in riunione però è una situazione politica…importante….molto importante….dille che sono io….passo dopo il lavoro si…un bacio anche per te….si ti amo anch’io…Dopo un silenzio e io lo guardavo dal davanzale della porta con le braccia aperte e lui mi fecce l’occhiolino e copre il microfono del telefono mentre mi dice: “Tutto per il bambino, non preoccuparti”. A continuazione esordisce in un – Fratello!!! tanto tempo senza vederti! come stai? Guarda, abbiamo una situazione con un bambino ammalato e sai che siamo nei guai con i numeri della statistica municipale questo anno. Si, certo, al meno 15 litri di benzina… ti ringrazio. Una vettura non ce l’abbiamo neanche. Possiamo usare la tua……almeno la tua personale…….capito. Allora un camion.

Guido io!!! Nooo, scherzo… va bene. In quanto tempo? Fatto. Un abbraccione. Ricordati di passare a casa mia per i formaggi, non dirlo a nessuno.

 

Ho sentito il clic particolare del telefono e mi sono reso conto che le cose non funzionavano però funzionavano. Le risorse non c’erano però la gente andava avanti così. Una rete di scambi come un mercato nascosto che non lasciava libero nessun angolino della vita quotidiana.

Ancora stupito del fatto che non avevo una soluzione istituzionale in mano, lascio la bici nascosta nel cortile del policlinico e vado a piedi a fare l’auto stop fino a casa mia.

 

Quindici giorni dopo, mi arriva una chiamata della dipendenza provinciale per rispondere io, in merito alla situazione del bambino ammalato, come se fosse colpa mia. Mi accompagnano il ginecologo e il vicedirettore.

Non preoccuparti. Questo è un puro tramite burocratico.

Sono contento perchè la riunione era nella mia città ed avevo il resto del giorno libero. All’arrivo vedo tanti dottori, come me, giovanissimi che dovevano rispondere per qualsiasi cosa, simile alla mia, che riguardasse il programma di cura materno infantile.

Il teatro è pieno e inizia la funzione. In pratica si tratta di una una procedura dove un burocrata agita le dite e continua a gridare; Come mai?!!!, Come mai?!!. E dopo, umiliati tutti come dei bambini, di forma privata ci fa un discorso di come la rivoluzione protegge tutti e sopra di noi c’è la responsabilità suprema di avere la fiducia di Fidel.

Alla fine è toccato anche a me, essere in piedi davanti ad un burocrate e senza possibilità di parlare: e il burocrate mi fa esattamente lo stesso discorso che aveva fatto agli altri, addirittura proponendo di scalare parte dello stipendio ai dottori e ai supervisori coinvolti.

Lamia mente fa di conto: mi pagano 195 pesos mensile, (un dollaro erano al tempo150 pesos). Se si prendono per punizione qualsiasi cosa dello stipendio, alla fine la paga non potrà essere molto…

Mi siedo rosso come un pomodoro e con la voglia di difendermi, di dire che non era mia colpa. Agito le mani in alto e miei colleghi mi dicono a coro: noooo! tranquillo! non fare nulla!

Io volevo dire le cose che non funzionavano bene e liberarmi dal senso di vergona. Niente. Finita la danza degli improperi, svuotiamo il teatro per gruppi e andiamo in bagno.

Nell’uscire in silenzio, mi dicono a bassa voce miei colleghi: Tranquillo, ti abituerai. Qui è così sempre. Vai a casa e riposati e domattina ci vediamo al lavoro.

 

Camminavo per la strada dei campi sportivi, dove al liceo facevo educazione fisica, e pensavo solo ai pannolini bianchi al vento. Se non li avessi visti, come sarei uscito da questa situazione, quale sarebbe stato il destino del bambino? Il bambino ha passato un mese in ospedale ed è tornato a casa sua, nell’altra provincia dove non c’era ancora nell’anagrafe locale. Questa era la ragione per il cui il burocrate era arrabbiato e per cui spruzzava sopra di noi minacce e verborea politica. Il bambino teoricamente apparteneva a noi e un bambino morto o ammallato grave alla fine dell’anno cambiava la statistica di salute che sembrava impeccabile e questo era la vetrina politica della nostra provincia.

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