Jet lag

Era un lungo periodo che non lavorava, non perché fosse pigro o trovasse quella situazione conveniente ma piuttosto perché oggigiorno era praticamente impossibile trovare un’occupazione degna di tale nome. Magari sbagliava i canali. Forse rivolgersi alle agenzie di collocamento era stato un errore.

Gli era toccato seguire ore di corsi formativi sugli argomenti più improbabili, tutto senza un riscontro percepibile. Bagaglio culturale che da lì a poco avrebbe portato a spasso nel suo zainetto.

L’ideale ovviamente era venire introdotto da un individuo già inserito. Si trattava di un sistema “finito” come quello descritto dalla celebre frase di Laurent Lavoisier.

Parenti, amici, conoscenti andavano tutti benone. Era come se tenessero calda la sedia al fianco della loro scrivania. La barattavano con qualche persona di fiducia.

Si trattava di un’opportunità silenziosa per qualche privilegiato, anche se privo di requisiti.

Uno scambio di favori e una dimostrazione di potere e corrisposta gratitudine.

Il posto diventava una sorta d’investitura. “Da oggi in poi ti nomino cavaliere della tavola rotonda. Nel nome del padre, del figlio e finchè morte non rescinda il tuo contratto. Amen”

Per chi aveva il culo già ben piantato su una sedia la regola inviolabile era quella di “non schiodarsi”, a costo di arrivare alla violenza.

In quel particolare periodo, Il talento e l’istruzione erano una scusa bella e buona per placare gli animi delle masse. Una sorta di lotteria. Anche perché quello che imparavi sui banchi era ben differente da quello che poi si metteva in pratica nel mondo reale.

Se non possedevi questa cerchia di conoscenze potevi farti il segno della croce per poi tentare di mettere in piedi qualcosa di “tuo”, ma soprattutto di “nuovo”.

Ed è qui che viene il bello. Con internet e i telefoni la gente ha inventato tutto quello che ci si può immaginare. Ogni opera d’arte che si merita tale epiteto è già stata ritratta. Così come ogni grande film girato, ogni statua scolpita e via dicendo. Chi ha mai riprodotto qualcosa di anche lontanamente simile alla “Pietà” di Michelangelo? Alla sua Cappella Sistina? Chi è mai stato geniale quanto Leonardo?

 

Il mercato concorrenziale moderno è spietato e, ironia della sorte, ogni cosa utile e inutile è già stata inventata da qualcun’altro. Oggi la moda è quella di vendere aria fritta, e non pensare che sia a buon mercato.

A forza di scapocciare per un impiego, un giorno, come si suol dire, gli si accese una lampadina.

Voleva mettere in piedi un’agenzia di viaggi. Era motivato per non vendere i soliti viaggi che ormai si possono trovare un po’ ovunque.

I suoi dovevano essere viaggi da Incubo.

Per chi era alla ricerca di emozioni forti la sua sarebbe stata la compagnia ideale.

Viaggi che non ti dimenticavi tanto facilmente anche senza scattare nessuna foto.

 

Un po’ come quei turisti fai da te che partono per una destinazione lontana e vengono rapinati il primo giorno rimanendo senza soldi per poter fare ritorno.

Costretti ad arrangiarsi in situazioni da capogiro.

 

Condisci l’insalata con castelli infestati, stanze della rabbia, luoghi abbandonati, violenza, prostituzione, fame, cannibalismo, droga, guerre, manicomi e altre location sconvenienti il tutto fruito prevalentemente di notte.

Rischiarati da torcia, coraggio da vendere e riverbero lunare.

Insomma, c’era l’imbarazzo della scelta in quanto a locations. Bisognava solo pianificare ogni cosa.

Una sorta di tour che ti permettesse di tastare con mano tutte quelle cose che si tenta di nascondere ad un turista per caso.

Quei luoghi particolari in cui un cittadino modello strabuzzerebbe gli occhi.

Dei viaggi che non ti guardano in faccia.

Puoi essere bello, brutto, ricco, povero, curioso o annoiato, ma quando ritorni non sai mai bene se hai subito una violenza o se ti sei immaginato tutto.

Non sai chi odiare.

 

E’ tutto così complicato da capire e da assimilare. La confusione e i suoi limiti. Le rimozioni necessarie e le esitazioni. Quello spazio reale ma di così difficile comprensione.

Questa gente amava confondersi, illudersi e perdersi. Arrendersi e reagire. Presenziare in un contesto sconveniente.

 

Vivere veramente per una volta almeno.

Con l’amaro in bocca certo, subendo delle ingiustizie in prima persona ma pagando profumatamente. Le bollette non erano certo un optional.

Era importante che fossero viaggi disegnati per quelle persone alla ricerca di un’alternativa. Alla furiosa ricerca di qualcuno che gli mostrasse una prospettiva di svago differente.

Una sorta di magia per sopportare la noia e la banalità del quotidiano.

La sicurezza di una casa che al ritorno non sembrava poi così piccola.

E non era poi così scontato mettere piede sull’aereo di rientro.

C’era anche chi si fermava in quei luoghi attratti come una falena dal fulgore.

C’era chi restava perché percepiva quella realtà come più genuina.

Di altri viaggiatori si perdevano completamente le tracce. Di solito era persone sole di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza.

Spesso però facevano ritorno cambiati, arrabbiati. Confusi o traumatizzati.

Non era stato facile trovare delle sovvenzioni ma una volta documentato qualche tour, la novità era stata premiata e i più bigotti erano stati messi a tacere.

Non che non si fosse fatto dei nemici, ma in fondo quella gente cosa voleva da lui?

Non faceva altro che assecondare le fantasie più recondite dell’animo umano. A lui si rivolgevano persone straziate e afflitte dalla logorante routine giornaliera. Gli domandavano un sincero aiuto affidandogli le loro certezze.

Lui si sentiva potente. Oltre a essersi cucito la stoffa dell’imprenditore, era diventato una sorta di guida spirituale che per qualche moneta traghettava quegli spiriti inquieti verso la riva dell’improbabile.

 

Una mattina con l’aria tronfia e il petto in fuori alzò finalmente i battenti. La sua nuova agenzia.

Un occhio di riguardo era stato dato all’allestimento dei locali.

Sulla saracinesca un graffitaro aveva pittato una bocca enorme con grossi canini insanguinati che risucchiava all’interno ogni sorta di orrore.

Lui lo avrebbe descritto come un centro nevralgico di entropia.

Anche l’ufficio era sobrio ma cupo e inquietante. Luci soffuse e una filodiffusione che trasmetteva pezzi da brivido in stile “Goblin” di Simonetti, h24.

Sulle pareti erano affisse diverse cartoline malconce provenienti dagli angoli più sperduti del globo mentre sul soffitto una ricostruzione fedele del cielo stellato diradava la tenebra.

 

Chi entrava era sempre un po’ in soggezione ma in breve veniva ammagliato dalle numerose offerte.

Il prodotto ricordava un po’ quelle persone che si fanno chiudere dentro una stanza piena di enigmi per poi uscirne nel più breve tempo possibile.

Lì al contrario avevi settimane intere per far pace con il tuo lato oscuro.

Prima di partire d’obbligo lo scarico delle responsabilità.

 

Le mete più gettonate erano i luoghi di conflitto.

Potevi visitare intere città bombardate con tanto di sciacalli, gente moribonda e ospedali pieni zeppi di persone mutilate.

Esperienze che ti provavano e ti indurivano. Al ritorno le persone non sembravano più le stesse.

Qualcosa nel loro sguardo mutava irrimediabilmente. La follia era stata seminata e i loro occhi riflettevano parte di quegli orrori mentre la bocca si storceva per tacere dei particolari scomodi.

Un baco pestifero si era insinuato nel bagaglio per poi fare ritorno in patria.

 

Detto ciò, in prevalenza restavano tutti soddisfatti, o almeno così sembrava una volta tornati al sicuro nelle loro città di origine.

Non vedevano l’ora di mostrare i video e vantare l’esperienza con aria di sufficienza presso amici e colleghi increduli.

 

Lui stesso aveva tastato con mano l’oscurità di quei luoghi prima di inserirli nel programma. Conosceva bene le sensazioni che si provavano.

Quegli spazi a forza di essere indagati avevano sbirciato nel profondo della sua anima.

 

L’altra delle mete che andavano per la maggiore era uno dei Tour del Sud America.

Si partiva da un vecchio porto con annesso villaggio abbandonato.

Edificato alla fine del ‘900 da una psico-setta, vantava centinaia di fedeli.

Questi avevano commesso suicidio di massa all’inizio degli anni ’90 ed era possibile visitare la distesa di lapidi.

Da lì si passava per alcune città più a nord dilaniate dalla guerra dei narcos.Teste impalate costellavano la via.

Potevi passare alcune notti in qualche squallido motel della zona. Porte cigolanti che stentavano a chiudersi. Personale rigorosamente squinternato e locali degni della peggior recensione su Trip Advisor.

Potevi usufruire di tutti gli svaghi locali comprese le ragazze con cui passare la notte. A tuo rischio e pericolo.

Da lì proseguivi fino al confine dove il viaggio terminava ai piedi del muro che il presidente Trump, un gran Signore, aveva incominciato ad erigere. Opera cementizia appena abbozzata che per dimensioni e struttura ricordava un po’ il muro di Berlino.

 

Nel tempo si era ricavato una bella fetta di clientela che non si lamentava quasi mai e almeno una volta all’anno si concedeva quel tipo di svaghi. C’era chi non ne aveva mai abbastanza e giurava di volerli provare tutti.

Luoghi di regime, discariche abusive in disuso, carceri sovraffollati e zone radioattive da visitare scafati con il contatore Geiger alla mano.

 

Il disagio sembrava sconfinato. Così come il suo conto in banca che si rimpolpava profumatamente.

Per i più nostalgici vi erano terre fredde e desolate dove il rischio di essere inghiottito da un orso bianco era sempre dietro l’angolo.

In poco tempo, dovette assumere diversi collaboratori e in breve aprì la sua seconda agenzia a marchio “I tour dell’incubo”.

Il logo lo aveva ideato appositamente. Era frivolo e canzonatorio ma con una vena di ammonimento.

Si trattava di una spirale scura con al centro uno smile sorridente in giacca e cravatta.

Il brand aveva giocato un ruolo fondamentale.

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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