Gomitoli

La sartoria produceva a pieno regime in tempo di pandemia.

I vestiti sgargianti erano stati sostituiti da migliaia di mascherine bianche di stoffa ricamata, così anche i colori, alla fine, avevano abbandonato quel luogo tetro.

Le cucitrici lavoravano senza sosta.

La più vecchia forse avrà avuto una ventina di anni.

Il padrone era un poco di buono e le sceglieva giovani perché sosteneva che con le mani piccole riuscissero meglio a manipolare i fili.

In realtà si trattava di una scusa bella e buona per poter imporre la sua autorità.

Girava tra le postazioni con un guanto nero che utilizzava per schiaffeggiarle.

Al seguito aveva sempre un piccolo cagnolino rognoso e ogni volta che elargiva le punizioni, la bestia si metteva ad abbaiare come un ossesso, quasi fosse lui a impartire l’insegnamento. A volte addirittura mordeva ai polpacci le poverette che per timore di essere licenziate non reagivano ai soprusi e alle minacce.

Poteva pagarle una miseria, non si ribellavano, ed essendo anche un po’ sadico si divertiva a maltrattarle ogni volta che ne aveva l’occasione.

Quando ne sorprendeva una che esausta dalla giornata di intenso lavoro magari si distraeva, era solito dispensare una punizione esemplare. Trascinava per i capelli la poveretta dietro ad un paravento, dove se ne approfittava secondo le sue necessità. Se era già soddisfatto da quel punto di vista, in un angolo dello scantinato dove il sole non entrava e l’aria stantia odorava di muffa vi era una stanzetta dove le chiudeva a chiave per un tempo indefinito.

Quelle che lavoravano al telaio, le più sfortunate, avevano le mani consumate dai fili che a lungo andare sfibravano la carne. Per sopportare tale strazio avevano incominciato a ingerire dell’oppio. Spesso erano stordite e finivano per cucirsi le dita tra loro. A volte si ritrovavano strafatte con due o tre ditoni per mano e gli occhi tutti arrossati.

Le macchine non erano a norma e il pericolo era sempre in agguato. Quando si ferivano magari non sentivano neanche dolore e andavano avanti a lavorare senza accorgersene sotto lo sguardo impassibile del capo. Capitava che macchiassero le mascherine, che a quel punto erano da buttare. Quando rovinavano più di una decina di capi, finivano per non percepire il misero salario di fine mese.

Tra le giovani vi era Lucinda, grande sognatrice.

Per mitigare quelle giornate interminabili le piaceva immaginare quel posto come un grosso battello a vapore che galleggiava in mezzo al mare.

A suggerirgli quell’idea erano stati gli sbuffi di fumo del sigaro, che il capo stantuffava senza sosta.

Grosse nuvole di nicotina aleggiavano nello scantinato offuscando lo sguardo e la mente per lasciar spazio all’immaginazione.

Sotto una delle macchine da cucire, era nascosta una botola che portava ad un tugurio.

Nelle leggende, si vociferava che lì sotto vi era sparita più di una ragazza.

I maiali adoravano pasteggiare con qualsiasi cosa e così il padrone li teneva nel sottosuolo per far sparire i cadaveri delle giovani che in vita erano state un po’ troppo ribelli.

Quelle poche volte che erano arrivati dei controlli, la vedetta aveva spifferato e le giovani avevano avuto il tempo di infilarsi nella botola insieme ai porci e agli escrementi. Erano dovute restare in quello spazio angusto, mischiate alle bestie che grufolavano indispettite per quella visita inaspettata.

A Lucinda era parso proprio come quando dal ponte dell’imbarcazione ci si rintana sottocoperta a causa di una terribile mareggiata.

Lì sotto non potevano praticamente vedersi ma percepivano il respiro caldo e l’odore acre di cibo, escrementi ed umanità. In un certo senso erano in un rifugio sicuro. Sembravano una ciurma di marinai che non si lavano a causa della lunga navigazione. Erano stati in acque popolate da squali e così non avevano potuto tuffarsi per delle settimane.

Il rumore degli aghi finiva per ricordare lo scroscio del mare.

Il battello avanzava senza sosta, sbuffando e ondeggiando a causa delle cattive condizioni metereologiche. Le nuvole, infatti, oscuravano l’orizzonte e il cielo stellato.

Lei ovviamente non si sentiva un marinaio, ma una sirena che per sorte avversa era rimasta impigliata in quella montagna di fili, gomitoli e reti. Le sue simili l’attendevano con ansia da qualche parte in quella distesa di acqua.

Per fortuna aveva trovato delle compagne che si prendevano cura di lei. Le era stata assegnata una postazione e, dove le altre sistemavano le gambe, lei poteva nascondere la sua coda di pesce. A volte era dura remare senza sosta per intere giornate ma dopo un certo periodo ci si faceva l’abitudine.

Veniva regolarmente nutrita dal capo della nave che provava una particolare simpatia nei suoi confronti.

Si trattava di un omaccione burbero con al seguito una tartaruga ammaestrata al guinzaglio. Non era un tipo malvagio.

Adorava portarla nella sua cabina per mostrargli il suo lato umano…

Laggiù non si stava poi così male e lei era certa che un giorno, quando fossero arrivati in acque più sicure, avrebbe potuto salutare i compagni di viaggio e tuffarsi nuovamente nelle materne profondità oceaniche.

Ogni tanto quando raggiungevano la terra, salivano a bordo dei personaggi locali per scambiare i frutti del mare con generi di prim’ordine.

Nelle lunghe giornate che passava nella sua postazione le piaceva rimirare l’orizzonte per vedere se per caso avvistava la terra o delle acque più profonde. Spesso non scorgeva quasi nulla.

Era sempre notte e le nuvole oscuravano il cielo stellato ma lei non perdeva la speranza.

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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