La pazienza che non ho

Alcuni venerdì arrivo con il post pronto nella mia testa.
Altri venerdì, come quelli di oggi, arrivo senza la più pallida idea di cosa scriverò.

Scrivere è come la fotografia. Le amo e le odio entrambe, perché necessitano della regina delle virtù umane: la pazienza. E quando Dio la stava distribuendo, io ero già ad un’altra fila perché non avevo voglia di aspettare.

La fotografia è l’arte di catturare quello che vedi all’esterno; ed è una cosa difficilissima, perché, effettivamente, non vedi solo con gli occhi.
Il quadro che hai di fronte e che cerchi di catturare è fatto di tante cose: colori, profumi, suoni, ricordi, proiezioni; un sacco di elementi che non sono solo esterni.
Allora, con l’apparecchio fotografico cerchi di fare una media ponderata tra interno ed esterno, per condividere insieme agli altri quel pezzo di vita, che molto spesso significa più di quello che si vede. Rimbomba di intimità.
E quella stessa immagine può assumere connotati diversi per ognuno delle persone che la guarda.
E tu, che ti sei messa in ogni posizione possibile mille volte diverse, non hai fatto solo una foto. Hai reso visibile l’invisibile. O per lo meno, ci hai provato.

La scrittura è, per quanto mi riguarda, la stessa cosa. Solo che quello che vedo non è un panorama esterno, ma si trova nel pozzo abissale del mio animo mutante e birichino.
Quindi, si tratta di calare la scaletta (io il mio animo me lo immagino vicino l’ombelico, ma molto più in dentro), indossare il caschetto da minatore con la lucina, scendere pazientemente nel buio e nell’umidità (le sentite le gocce che cadono?) e addentrarmi dentro di me. C’ho paura persino io, quando lo dico.
A quel punto, tra le cose che vanno e vengono instancabili come la marea, cogliere qualcosa di significativo che voglio portare alla luce.
E per la verità, non è neanche la parte più difficile questa.
Ci sono tante cose di cui mi piacerebbe scrivere.
La parte più difficile è non cedere alla pigrizia e sforzarmi, invece, di trovare le parole giuste.
Con la pignola e precisa pretesa (notare l’allitterazione) che rispecchino ESATTAMENTE e il più intimamente possibile il viscerale pensiero a cui ho deciso di avvicinare la lucina del cappellino.
Il fatto di volerlo condividere con altre anime pie significa che deve essere stilisticamente fluente e, sopratutto, di una lunghezza accettabile.
In altre parole…un lavoro certosino di una pazienza che sto imparando a coltivare come il più introvabile dei fiori.

E questo blog mi ha insegnato che il vero post non è quell’uno su mille che esce bene.
Il lavoro vero sono i 999 post pieni di cazzate riempitive che mi permettono di affilare gli strumenti, di girare intorno alla questione, di farmi venire la voglia di fermarmi un giorno a fotografare con le parole il più intimo dei pensieri…e rincorrere amici e parenti per sapere cosa ne pensano.
Ma in fondo in fondo, e sopratutto, essere io stessa soddisfatta non del risultato.
Ma del fatto stesso di averci provato davvero.

 

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