Il dente di leone

Sono un dente di leone o per meglio dire, ciò che resta di lui, perché mi sento tutto spampanato.

 

Cresco praticamente ovunque e la gente mi chiama in un sacco di modi, tanto è che a volte faccio confusione. Tarassaco è il più divertente, ma ne ho sentite davvero di tutti i colori.

Mi viene attribuito un profondo significato simbolico ed evocativo.

Di solito cresco sul ciglio delle strade ma mi puoi trovare anche ai margini dei campi coltivati, nei prati o su in montagna, dove vivo senza aver paura di essere colto, tanto, una parte di me si disperde ogni volta nella brezza per crescere nuovamente senza il benestare di chicchessia. Sono un po’ anarchico insomma.

I miei semi danno forma a una sfera piumosa, pronti a disperdersi al primo soffio di vento.  Simili a dei paracadute, volano riparati da piccoli ombrelli per generare nuova vita.

Teseo, prima di avventurarsi nel labirinto guidato dal gomitolo di Arianna, pasteggiò con noi per un intero mese al fine di diventare abbastanza forte per poter sconfiggere il mostruoso Minotauro. Tanti fratelli consumati per una buona causa…

Avrete capito che la magia mi pervade e spesso vengo colto da coppie di innamorati che soffiano sulla mia capocchia per consolidare il loro legame.

 

Io purtroppo non sono più al mio canneto.

Oggi mi trovo sul davanzale di un’aula scolastica, è notte, e non sento più intorno a me i rumori noti che da sempre accompagnano la mia quieta esistenza. Mi manca il gracidare delle rane, il canto dei grilli, il fruscio del vento lacustre.

Riconosco solo il faccione argenteo della luna che butterata, in questa notte solitaria, mi sorride beffarda dietro ai vetri della classe.

I miei fratelli, forti e robusti, mi prendevano in giro perché non crescevo mai, fino a che con l’ora della fioritura, venne anche quella in cui sfoggiarono imprudentemente i loro grossi fiori gialli.

E infatti belli e vellutati, furono subito recisi e portati altrove.

Prima di scomparire alla mia vista urlarono con tutto il fiato che avevano in corpo: “ Per favore Pollicino, spargi tu i semi anche per noi!…”

Ed io molto consapevole ed orgoglioso, mi gonfiai, mi gonfiai e……

Paft! Parte del mio corpo scoppiò in un’esplosione bianca ed eterea. Uno spruzzo di neve.

Quando quel mattino il sole illuminò il canneto, io avevo ancora diversa lanuggine bionda ammassata sulla mia capoccia pronta a spiccare il volo alla prima folata.

Proprio in quel momento ecco fermarsi lì vicino un’auto da cui scese un signorotto che mi adocchiò, per poi cogliermi senza tante moine.

Devo ammettere che fu piuttosto delicato, anche quando mi ripose all’interno di una piccola busta trasparente che divenne la mia nuova casa.

In quel frangente svenni dalla paura.

Quando ritornai in me, mi trovavo su un banco di scuola attorniato da tanti bambini che mi osservavano curiosi e armati di carta e matita provavano a ritrarre le mie fattezze.

Non dovevo avere proprio una grande cera in quel momento e mi sentivo abbastanza stranito in quel luogo poco famigliare.

Il mio problema principale era quello di non essere un tutt’uno con la madre terra.

Per fortuna i bimbi sembravano allegri e simpatici. Il loro vociare mi metteva di buon umore.

Non riuscivo a capire come facessero, senza avermi mai visto, a sapere così tante cose di me, dei miei fratelli e del canneto.

Ad un tratto uno di loro, sicuramente il più birbante, all’improvviso, prese un ciuffo della poca cotonina che mi restava e lo buttò dalla finestra giù nel giardino della scuola.

Tutti si divertirono a guardare i semini disperdersi nella corrente.

Finalmente tirai un sospiro di sollievo.

I miei semi non sarebbero stati inutili e tanti bambini avrebbero conosciuto e giocato con la mia stirpe proprio nel cortile sottostante. Ero certo che avrebbero soffiato sulle future capocchie per esprimere qualche desiderio che nel tempo si sarebbe esaudito.

Ancora una volta penso alla mia terra lontana, ai gorgoglii del ruscello e alla fresca rugiada mattutina che si disperde non appena i primi raggi la scovano.

Qui è diverso, ma sotto di me ho un termosifone che scalda come il sole e posso godermi la pace e la tranquillità del mio sacchettino, dove spampanarmi in santa pace.

 

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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