Biglie e pastiglie

Nella stanza c’erano almeno una ventina di quelle biglie se così si potevano chiamare.

Tondeggianti scintillavano sotto la luce per scomparire nella notte come gli occhietti vispi di un gufo. Pronti a percepire ogni minimo dettaglio in movimento.

“Mai poteva immaginare che un giorno avrebbero sostituito le sue pupille.”

Prede golose per una gazza, di solito erano accoppiate e si trovavano sparpagliate in tutti i punti strategici per la visuale.

Alla sua prima visita le aveva registrate, per poi non notarle più, proprio come la mente elabora un oggetto all’interno di un contesto oramai famigliare senza porvi più l’attenzione dovuta.

Lì era un po’ come se si sentisse a casa. Insomma, il focolare era sempre acceso.

Trattandosi di persona ben educata, non avrebbe mai aperto un’anta o infilato le mani in un cassetto non suo, senza il benestare della padrona di casa.

Non s’immaginava mai più di rappresentare una cavia per quell’ambiente “tanto famigliare”.

Cavia inconsapevole, coccolata e ben voluta.

Erano le stesse incastonate nelle zampe del millepiedi colorato che ciondolava appeso con la ventosa allo specchietto retrovisore della loro macchina.

Lucenti e vitree erano presenti anche all’interno di altri peluches, dove di solito sostituivano gli occhi.

Ve n’era una che dall’alto del pendolo, presumibilmente più grossa delle altre era incastonata a regola d’arte negli ingranaggi del meccanismo a vista e copriva lo spettro dell’intera camera padronale.

Non aveva mai fatto caso a nessuno di quei particolari proprio come una persona che percepisce lo spazio circostante come una sorta di rifugio sicuro.

Il loro nido d’amore, dove le brutture del mondo esterno rimanevano sprangate fuori, insieme all’arroganza, all’invidia e alla rabbia, che si manifestavano solamente in qualche piccolo screzio dopo il quale immancabilmente finivano a fare l’amore per poi dimenticarsi la motivazione del litigio.

Su quel letto oramai molleggiato, avevano trascorso delle notti infuocate di passione e trasgressioni.

Ed erano sempre stati felici e innamorati o almeno a lui così era dato a bere.

Fu un periodo di apparente felicità in cui le due cocorite passavano le giornate a scaldarsi vicendevolmente nella tranquillità della vita quotidiana. Avevano la loro bolla rosa dentro la quale potevano sognare sereni.

Tutto questo durò un paio di anni.

Le prime rogne incominciarono quando l’amore e l’attrazione del primo appuntamento iniziarono a scemare. Lei ad un tratto decise di non essere sufficientemente presa in considerazione.

Incominciò a pretendere regali ingiustificati e a parlare di cose futili sostenendo che nel rapporto non c’era più un dialogo sincero. Si lamentava di non avere mai fatto una vacanza all’estero e gli rinfacciava i viaggi fatti con la sua precedente compagna.

Lui dedicava troppo tempo agli amici e così lei decise di non avere più alcun tipo di rapporto.Questa privazione durò per più di sei mesi.

Lei sembrava serena anche senza quel tipo di gratificazione. Semplicemente era una cosa di cui lei poteva tranquillamente fare a meno.

In un contesto ormai ostico, stremato e con gli ormoni che sprizzavano dai pori della pelle, decise di prendersi una pausa.

Non l’avesse mai fatto…

 

All’iniziò arrivò l’insonnia.

Vi erano delle settimane intere in cui non riusciva più a chiudere occhio, tormentato da una serie di paranoie insensate tanto che dovette lasciare i suoi due lavoretti.

Rimase povero e tribolante.

Si sentiva continuamente seguito e controllato e forse era proprio così. Braccato da occhi invisibili che scrutavano ogni aspetto della sua esistenza.

Cercò di far fronte a questa situazione cambiando il numero di telefono e in seguito il telefono stesso.

In breve tempo rimase senza un soldo.

Continuava a sentirsi perseguitato anche nel buio della sua cameretta.

Fu lei stessa ad emergere da tutta quell’oscurità per porgergli la sua mano. E nel palmo proteso gli offriva un’ipotetica via d’uscita.

Premurosa voleva prendersi cura del suo cucciolo ferito. Gli suggerì un’antica panacea indigena.

All’inizio sarebbe stato difficile, ma nel giro di qualche settimana avrebbe risolto tutti i suoi problemi. Lei conosceva bene quel medicamento portentoso e la sua composizione misteriosa.

Al suo Ex, che stranamente si era trovato a soffrire dello stesso male, aveva miracolosamente risolto quella situazione infausta.

Lui tristemente non aveva mai avuto il piacere di conoscerlo. Né lui né i suoi amici, di cui lei raramente accennava, dopo che si era trasferita da una lontana isola sperduta nel Borneo.

Per un caso fortuito lei aveva conservato un po’ di quelle pillole da quel precedente episodio.

 

Lui ovviamente si fidò. Come avrebbe fatto qualsiasi persona ancora innamorata. Come poteva non dare retta alla ragazza che aveva amato per anni? Con cui aveva condiviso il talamo insieme alle paure più recondite, alle speranze e alle gioie di interi anni di esistenza?

Bicchiere alla mano incominciò a fatica a ingurgitare quella roba gialla e cigolando, lentamente, le porte dell’inferno si spalancarono.

 

“I nemici possono ferirti, ma sono proprio gli affetti più cari che ti dannò il colpo di grazia.”

Tutti pensano all’inferno come a un luogo distinto esattamente sotto ai nostri piedi, dove le persone cattive finiscono una volta che termina la loro esistenza.

L’inferno immaginato da Dante aveva una forma ben precisa. Sembrava un cono gelato suddiviso in strati di gusto.  In cima c’era il gelato al fior di latte che è quello che non sa di nulla.

Bene da quel giorno lui si rese conto che l’inferno è tangibile e si può tranquillamente collocare nella nostra testa. Può essere paragonato nella sua componente fisica ad un campo di concentramento e spesso è modellato su misura per la mente del malcapitato. E’ lì che si soffrono le pene più grandi.

 

Gli avevano appena regalato un biglietto di sola andata per la dannazione in platea VIP.

Aveva perso ogni sorta di volontà e si immedesimava in ogni cosa che vedeva, dalla stella al sacco della pattumiera. Spesso faticava a ricordarsi l’ora, il nome o il giorno della settimana.

Dei momenti si ritrovava a fissare decine di volte il quadrante dell’orologio nella frazione di qualche minuto.

Pregava che quel momento di sofferenza estrema svanisse, ma purtroppo il tempo beffardo aveva smesso di scorrere.

Gli affetti più cari erano spariti o sembravano non accorgersi del cambiamento. Addirittura, i suoi genitori che lo conoscevano sin da bambino sembravano non rendersi conto del terribile male che lo affliggeva.

Voleva gridare con tutto il fiato che aveva in corpo, ma non aveva la forza neanche per piangere. Era come se avesse esaurito il serbatoio di lacrime. Era completamente svuotato ed estraneo al suo corpo. Una sorta d’involucro senza spirito. Una specie di marionetta a cui è stato giocato un tiro mancino.

 

Più volte aveva pensato di mettere fine a quello strazio ma poi continuava a ingurgitare quella roba. Forse per inerzia, speranza, per fiducia e amore anche se in realtà stava incominciando a non capirne più il significato.

“Le devi prendere”. “E’ per il tuo bene, e lo fai anche per me”.

 

Non vi era più differenza tra il giorno e la notte. Lui ormai attendeva solo più il buio sperando che potesse portargli un po’ di sollievo, proprio come a quelle persone torturate a cui recidono le palpebre. Costrette e abbagliate da un mondo crudele finiscono per non conoscere più l’intimità interiore.

Un pupazzo senza volontà che al posto del cervello sfoggiava delle uova al paletto fumanti accompagnate da melanzana fritta.

Le ossessioni si erano fatte strada nella sua psiche silenziose e meschine, per poi arpionarsi alle cervella intingendole con il loro veleno seducente

Ormai erano parte integrante del suo pensiero deviato e occupavano la maggior parte delle sue inutili speculazioni sul mondo e sul creato.

In passato aveva fatto uso di droghe ma mai nulla era risultato così dannoso, dissociante e irreversibile.

 

Avete presente Kubrick? Proprio come il trattamento Ludovico, perpetrato però nei confronti di una persona sana. Una sorta di vendetta chimica? Tutto macchinato con la rabbia per la separazione?

Lui cercava in tutti i modi di dare un senso a qualcosa che un senso proprio non ne aveva.

Era passato diverso tempo ma la situazione era andata via via peggiorando.

 

Lei aveva cambiato casa ed era innamoratissima del suo nuovo Peluches.

Aveva degli occhi grandi e ricordava molto il suo vecchio compagno. Aveva un ciuffo ribelle che gli piaceva tingere in base al suo umore. Se si sentiva un po’ triste, sceglieva tonalità scure, altrimenti si sbizzarriva con un sacco di tinte fluo che usava anche come smalto per le unghie.

Spesso le sue unghie e il ciuffo del poveretto facevano pendant.

Quella notte lo aveva posizionato nel suo nuovo letto. Si trattava di un’occasione speciale e il ciuffo luccicava sgargiante.

Altrimenti nella quotidianità lo riponeva dentro una vetrinetta, dove poteva ammirarlo a suo piacimento.

Passarono i mesi e finì per dimenticarselo. La polvere lo ricoprì insieme a qualche ragnatela. Dalla sua postazione riusciva a scorgere parte della cameretta.

Quel giorno Lei aveva raccattato un nuovo compagno. Erano nel letto che si coccolavano.

Poteva sentire le loro voci che si sussurravano tenerezze.

Stranamente lui non provò alcun tipo di gelosia. Era tanto che non provava più dei sentimenti genuini. Belli o brutti che fossero. La bocca era cucita ma le orecchie funzionavano ancora a meraviglia. Il nuovo arrivo non aveva la più pallida idea della sorte che lo attendeva.

Guardando il lato positivo, presto sul ripiano ci sarebbe stato un nuovo amico con cui trascorrere i giorni interminabili e solitari dentro all’armadietto.

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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