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L’importanza della stimolazione cognitiva nelle fasi precoci delle demenze

Con molto piacere oggi vorrei presentarvi la Dott.ssa Stefania Nai, psicologa-psicoterapeuta e neuropsicologa che collabora con il Centro Medico Mens CPZ. Attraverso la sua esperienza affronteremo il tema delle demenze, ponendo particolare attenzione sull’importanza della stimolazione cognitiva nelle fasi precoci di queste patologie.

Oggi si parla molto di demenza in quanto è una patologia molto diffusa. Quali sono le forme di demenza più frequenti?

Il termine demenza si riferisce, in generale, al declino e alla perdita di alcune funzioni cognitive. Tuttavia è opportuna una precisazione: il naturale declino fisiologico non è demenza. Inoltre, spesso, i sintomi della demenza vengono scambiati per sintomi depressivi e viceversa, soprattutto nelle situazioni di persone in case di cura o ospedalizzate.

È fondamentale sottolineare che non esiste un’unica forma di demenza. Una prima distinzione è quella tra demenze primarie, o degenerative, e demenze secondarie, che sono la conseguenza di altri processi patologici.

Una seconda importante distinzione è quella tra demenze corticali, in cui il processo patologico interessa primariamente la corteccia cerebrale, e demenze sottocorticali, in cui i disturbi cognitivi specifici non derivano direttamente da un danno alla corteccia, ma piuttosto ad un suo malfunzionamento prodotto dal danno alle strutture ad esse collegate.

Le funzioni cognitive specifiche colpite dalla degenerazione corticale sono le abilità di linguaggio, il ragionamento, la soluzione di problemi, l’apprendimento e la prassi; le alterazioni cognitive delle demenze sottocorticali interessano maggiormente funzioni come la vigilanza, l’attenzione, la velocità di elaborazione, la motivazione e l’emotività.

Tra le principali demenze corticali troviamo la demenza di Alzheimer  e la demenza Fronto-temporale , mentre le principali demenze sottocorticali sono il morbo di Parkinson con demenza la malattia di Huntington. Le demenze vascolari possono essere causate tanto da una compromissione corticale, quanto sottocorticale.

Quali sono i segni che lasciano presagire l’esordio di una demenza in assenza di marcatori biologici certi?

I 10 segni più comuni che possono far sospettare una forma di demenza sono i seguenti:

  1. perdita di memoria che compromette la capacità lavorativa;
  2. difficoltà nelle attività quotidiane;
  3. problemi di linguaggio;
  4. disorientamento nel tempo e nello spazio;
  5. diminuzione della capacità di giudizio;
  6. difficoltà nel pensiero astratto;
  7. la cosa giusta al posto sbagliato;
  8. cambiamenti di umore o di comportamento;
  9. cambiamenti di personalità;
  10. mancanza di iniziativa.

Spesso chi presenta questi segni mette in atto comportamenti mirati a mascherare le proprie difficoltà: sta ai familiari accorgersene e proporre una visita di controllo dal medico di famiglia.

Considerando che la prevenzione e l’intervento nella fase precoce sono ad oggi le principali armi a nostra disposizione, quale ruolo ha la stimolazione cognitiva in queste patologie?

La riserva cognitiva, le conoscenze accumulate attraverso il proprio apprendimento continuo, sembrano giocare un ruolo importante nel far fronte l’avvento della demenza. L’apprendimento continuo insegna al cervello a modificare la sua attività neuronale, al fine di affrontare la sfida causato dalla nuova situazione di apprendimento. Pertanto, l’apprendimento di una nuova abilità (ballare, disegnare, parlare una lingua nuova, a suonare uno strumento) o l’allenamento di funzioni cognitive non sfruttate, per esempio, attraverso l’allenamento cognitivo del cervello, dà al cervello l’adattabilità necessaria a ricollegare i circuiti neuronali con quelli nuovi per far fronte alle sfide poste dalla demenza.

Nello specifico, la stimolazione cognitiva è utile per l’apprendimento e l’utilizzo di nuove strategie cognitive per esplicare la funzione perduta, per il reclutamento di aree omologhe dell’emisfero non dominante e per il reclutamento di aree perilesionali.

In che cosa consiste la stimolazione cognitiva? Per quanto tempo deve essere fatta? E con quale frequenza?

Per un training cognitivo efficacie bisogna considerare molte variabili: l’uso di strategie e risposta emotiva, le risorse biologiche e psicologiche premorbose, il supporto familiare, la motivazione del paziente, e poter effettuare una buona psicoeducazione con i famigliari.

Gli obiettivi di un training cognitivo efficacie sono principalmente sostenere l’orientamento spazio-temporale, favorire l’attenzione e la concentrazione, stimolare le funzioni linguistiche, attivare le capacità residue e le autonomie, mantenere gli interessi del passato, migliorare le capacità relazionali e aumentare la stima di sé.

La frequenza ottimale è di 1 o 2 volte alla settimana, la durata del trattamento varia a seconda della situazione, ma è importante avere in mente che stiamo parlando di una situazione degenerativa, per cui, anche dopo la fine del trattamento, determinate strategie e comportamenti appresi andranno mantenuti con l’aiuto dei famigliari.

Ritiene che i disturbi dell’umore come la depressione possano influenzare le capacità di alcuni pazienti? Può essere utile intervenire anche su questo piano?

La depressione e la demenza hanno un’elevata prevalenza nella popolazione geriatrica e sono causa di grave disabilità. Nel paziente anziano tali patologie possono coesistere (sino al 25% negli ultra 85enni) e manifestarsi con sintomi d’esordio sovrapponibili. Infatti, la depressione nel paziente anziano si può manifestare con un deterioramento cognitivo così come la demenza può presentarsi all’esordio con sintomi depressivi. Si parla spesso, infatti, di pseudodemenza depressiva.

È fondamentale che un training cognitivo sia sempre accompagnato da un buon supporto psicologico, in modo da compensare le difficoltà derivanti dal disturbo dell’umore.

Pensa sia utile associare altre forme di terapia come la stimolazione cerebrale non invasiva?

Assolutamente sì. Nello specifico, ricerche recenti hanno dimostrato interessanti risultati nell’applicazione della tDCS: la tDCS (Stimolazione transcranica a Corrente Dirett) è una metodica di stimolazione cerebrale non invasiva capace di indurre cambiamenti funzionali nella corteccia cerebrale, attraverso l’applicazione sullo scalpo di elettrodi che erogano una corrente continua di bassa intensità in grado di influenzare le funzioni neuronali.

Gli studi condotti su pazienti con demenza di Alzheimer hanno dimostrato che il training di riabilitazione neuropsicologica associato a tDCS migliora significativamente la capacità di accesso lessicale e riconoscimento visivo dei pazienti (Cotelli et al.,2006) e sono stati riportati buoni effetti terapeutici anche sui pazienti affetti da morbo di Parkinson (Norris et al., 2010.)

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