L’arcobaleno secondario

Stamattina, scorrendo Facebook, ho letto un post che chiedeva semplicemente: come hai trovato il tuo migliore amico?
Mi sono posta la stessa domanda, per farne il post del venerdì.
Più che trovato, è come se quelli che adesso sono i miei più cari amici li avessi in qualche modo “riconosciuti”.
Ogni volta, di pancia, ho deciso che quella persona sarebbe dovuta entrare nella mia esistenza.
E mi sono sempre inventata qualcosa per corteggiarli e conquistarli.
Le maniere sono state le più disparate:
I pomeriggi a fare versioni di greco, al liceo, per esempio; lunghi pomeriggi, a nuotare, a parlare di quanto ci piacesse il mare; boicottare le lezioni di filologia latina all’Università; la decisione, istintiva, di prendere una casa in affitto non per la casa ma per la padrona di casa; letterine nascoste nello zainetto del prescelto; i siti di incontri on line; il sedersi casualmente accanto a qualcuno, al catechismo; la fila a due alla scuola materna.
Ogni volta è come se avessi riconosciuto l’altro. Come se avesse fatto sempre parte della mia vita, ma in quel momento avesse un nome e dei contorni. Ma il modo più curioso e più romantico l’ho trovato a undici anni.
Erano due ragazzini speciali, lo sarebbero stati per l’intera mia esistenza e io lo sapevo. Ma non sapevo come fare.
Certamente non potevo andare da loro a dirglielo. Dovevo inventarmi qualcosa.
Loro due sedevano ad un banco doppio, insieme, per lo più taciturni. Erano i primi giorni della scuola media.
Credo, come me, si stessero guardando attorno curiosi e un po’ disorientati verso la nuova classe e i nuovi professori.
Non erano tanto lontani dal mio banco. Passai giorni ad osservarli, a capire che cosa potesse incuriosirli.
Uno era alto, magro e con lo sguardo sempre un po’ addormentato. L’altro ricciolino, con gli occhiali, con lo sguardo sempre serio e impenetrabile.
Avevano l’aria da bravi della classe e lo sapevo; alle elementari erano stati i miei “rivali” della sezione accanto alla mia.
Dopo un po’ di settimane mi lanciai.
Durante una supplenza, con nonchalance chiesi a quello occhialuto: ti sei mai accorto che quando c’è l’arcobaleno, accanto se ne forma sempre uno con gli stessi colori, ma al contrario?
Mi guardò incuriosito, poi prese la penna col suo modo tanto strano di impugnarla che ancora ha, aprì il quaderno e iniziò a spiegarmi il fenomeno di rifrazione della luce e dell’arcobaleno secondario. Passammo così l’ora di supplenza.
Quel giorno nacque il nostro trio, nonché una delle cose più preziose della mia vita: io, Francesco e Gabriele.
L’arcobaleno secondario fu il nostro galeotto.
L’altro giorno, ho letto una frase che mi è piaciuta tanto che diceva:
La Vita è elastica: più la riempiamo di persone e momenti, più si allarga!!!

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