Follia di Patrick McGrath

La tragedia è un aspetto della vita meno raro di quanto a volte si creda.

Patrick McGrath è uno scrittore inglese e nella sua scrittura ha ricordato, ai diversi membri del gruppo di lettura, altri scrittori appartenenti al medesimo Stato. Io, ad esempio, l’ho immediatamente sovrapposto a quello di Maugham. È elegante ma semplice, riesce a far capire ogni cosa con estrema facilità. Talvolta ciò che racconta è così tremendo che, raccontato in quel modo, ci fa pensare di avere capito male, perché non si confà alla pacatezza del linguaggio utilizzato. Questa sensazione è aiutata dal fatto che il narratore interno del testo, Peter Cleave, è uno psichiatra; il suo occhio clinico ci accompagna per tutta la lettura e ci racconta ciò che è successo senza alcun evidente sussulto emotivo.

Su tutti gli altri piani poteva considerarsi recuperato, tanto che avrebbe potuto essere dimesso, ma su quest’unico punto, e cioè sulla logicità del suo omicidio, era irremovibile. Oh, ammetteva che non sarebbe dovuto succedere, e rimpiangeva di aver bevuto in quel modo, ma insisteva di esserci stato quasi costretto dalle provocazioni e dagli insulti di Ruth.

La storia che ci viene raccontata non appartiene direttamente a Peter, ma è vissuta in prima persona da Stella e da Edgar. La prima, moglie di un collega psichiatra di Peter, Max, il secondo un paziente internato nel manicomio dove lavorano Peter e Max. La trama, inizialmente, è fortemente legata (come da titolo) alla psichiatria; non mancano i termini tecnici (anche se non abbondano nemmeno, come invece ci si potrebbe aspettare) e il ruolo da protagonista lo ricopre la follia, e la sua analisi.

Tra di noi si sviluppò rapidamente un rapporto basato su un affettuoso antagonismo, che io incoraggiavo con uno scopo ben preciso: volevo che sentisse di avere un rapporto speciale con il suo medico.

Lo svolgimento, invece, si concentra molto di più sulla storia d’amore che, pur non essendo affatto romantica, diventa l’epicentro della storia. La follia viene data quasi per certa e accantonata e il lettore comincia a chiedersi di più sui sentimenti: ma cosa provano realmente l’uno per l’altra i due protagonisti? Ad ancorare questa nuova onda sentimentale è sempre il giudizio del narratore che, grazie a qualche commento cinico, ci ricorda cosa stiamo leggendo.

In sostanza, non si resero conto che le barriere della cautela e del senso comune minacciavano di crollare, travolgendo il loro fragile equilibrio.

Sin da subito appare evidente come la stragrande maggioranza delle vicende arrivino a noi solamente in modo indiretto e parziale; è Stella a raccontare a Peter la sua personale versione della vicenda che, a sua volta, racconta a noi ciò che ne ha dedotto. Alla fine della storia sarà possibile non considerare molto credibili alcune parti della vicenda o anche il generale e questo ha provocato più di una delusione nel gruppo di lettura. D’altra parte, è evidente che il testo, essendo una ricostruzione tardiva ed esterna, avrebbe dovuto essere riempita in qualche modo nelle sua lacune e, leggendo tutta l’opera appare anche evidente il perché è stato fatto. Perciò, pur non essendo particolarmente credibile, rimane all’interno del confini della coerenza del testo.

Ammise in seguito di essersi sentita attratta da lui quasi fin dal primo momento. Per ovvie ragioni aveva cercato di non pensarci, ma il fatto che ogni giorno lui fosse là fuori le aveva reso più facile escogitare pretesti per incontrarlo. In fondo che male c’era a fare amicizia con un paziente? Questo era ciò che si ripeteva per giustificare il proprio comportamento.

L’ambientazione cambia molto con il proseguire della vicenda. Nel primo terzo siamo all’interno del manicomio; esso ci viene descritto sia nella sua estetica che nelle sue funzionalità. È un luogo che, da sempre affascina e qui viene descritto proprio come se esistesse realmente, perlomeno nell’immaginazione di McGrath. Nei due terzi successivi, invece, ci si concentrerà maggiormente sulle abitazioni dei personaggi e, dunque, la parte più intrigante di questo aspetto, seppur ancora presente, scemerà. Le descrizioni rimangono importanti per tutta la narrazione e mostrano un’ottima capacità dello scrittore di farci visualizzare ogni scena, contorno compreso.

Anche se dio solo sa se non si è preso i miei anni migliori, questo è un posto spaventoso. È un istituto di massima sicurezza, una cittadella fortificata che sorge su un alto colle e domina la campagna circostante: fitte pinete a nord e a ovest, bassi acquitrini a sud. È costruito secondo il tipico schema lineare dell’architettura vittoriana, con i bracci che si irradiano dai corpi principali in modo che tutti i padiglioni abbiano la vista libera sull’aperta campagna al di là del muro.

Come si può evincere da titolo e dalla trama, i personaggi non sono persone comuni e si comportano, chi in modo più evidente e chi più in sordina, da folli. La loro follia però non è quella che associamo al divertimento e alla pazzia momentanea, ma a qualcosa di sordido che si potrebbe annidare dentro ognuno di noi. Le reazioni che si potranno avere nei loro confronti sono le più disparate, sia come coinvolgimento emotivo (è possibile amare qualunque personaggio, così come detestarlo in particolare) che come reazione al credibilità dei loro comportamenti (ci sono certi legami e reazioni che vengono date per scontate nella vita, perché ovvie per i soggetti non malati, ma quando si parla di follia è difficile capire il limite tra fantasia e realtà). Difficilmente lasceranno completamente indifferenti e, dunque, credo che possano considerarsi ben riusciti.

«Le storie d’amore contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni». Inghilterra, 1959. Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente

distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera – la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell’ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato. È una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensibile – finché lentamente non ne emergono le ragioni nascoste. Il fatto è che in questo straordinario romanzo neogotico McGrath ci scalza dalla posizione abituale, e confortevole, di lettori, chiedendoci di adottare il punto di vista molto più scabroso di chi conduce una forma singolarmente perversa di indagine: il lavoro analitico. Eppure qualcosa, forse una tensione che a poco a poco diventa insopportabile, ci avverte che i conti non tornano, e che l’inevitabile, scandalosa e beffarda verità sarà molto diversa da quella che eravamo stati costretti a immaginare.

La genialità di questo romanzo è dovuta alla stretta vicinanza dell’autore al comportamento ossessivo dei malati del manicomio criminale di Broadmoor, in Inghilterra. Avendo un padre psichiatra, McGrath ha potuto lavorare e “prendere ispirazione” da reali episodi di ossessione sessuale, malattie allucinatorie e psicosi in generale. Tuttavia, Follia deve il suo successo alla storia perversa, triste e grottesca tra Stella, moglie del vicedirettore di un manicomio ed Edgar, uxoricida e paziente del marito, un artista manipolatore e, appunto, pazzo criminale.

La voce narrante è quella di uno psichiatra che lavora all’interno del manicomio, che approfondisce questo case study, ma che è ignaro, fino alla fine, di quanto sia alto il grado di identificazione di Stella nella persona di Edgar. Il romanzo è straordinario per la semplicità in cui un’ossessione mortale viene raccontata, e perché schiude una riflessione eterna: il pazzo criminale è criminale perché è pazzo o vi è in lui, a prescindere dalla follia, una inclinazione alla malignità?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *