L’estate fredda dei morti

E’ l’estate fredda dei morti,

il selciato di quel luogo,

livido e sconsacrato,

rigonfio di umidità e di odio,

li rigurgita senza sosta,

quasi a volersi vendicare

delle mille croci che lo hanno trafitto,

delle mille squallide lapidi,

conficcate nel suo sterile corpo.

Silenzio accecante permea l’aria,

e scandisce il tetro passo

di quelle creature,

sospinte dal vento di tenebra e dalla voce del nulla.

Per loro i salici e

buie cattedrali,

non lasciano trapelare

il sorriso del cielo,

che in quel giorno così triste,

svanirà presto,

come la luce del lampo e

lo scoppio del tuono.

E’ l’estate fredda dei morti.

 

 

 

Scoperchiavano le bare e con un impeto soprannaturale si scavavano la via verso la libertà.

Grosse talpe disfatte che emergevano come sottomarini da cumuli di terra e fiori, per venire illuminati dalla fredda luce solare.

Quasi tutti mettevano in mostra qualche ferita o qualche scempio che la vita precedente aveva loro riservato senza rimorsi. Qualcuno invece stava incominciando a decomporsi e alcuni pezzi risultavano mancanti.

Non rimaneva che un campo minato e uno stuolo di anime dannate che goffamente si trascinavano verso l’uscita maestra.

La maggior parte si lamentava con versi mai uditi e forse coniati per l’occasione, come intenti a brancolare in una sorta di oscurità che li attraeva magnetica verso le loro vecchie principali occupazioni. Dei capelli in genere restava qualche indizio che permetteva di ricostruire le loro acconciature precedenti.

 

Il viso era una parodia ingessata del loro vecchio volto e i vestiti lasciavano intravedere lunghi solchi arrossati nella carne putrida dal pernottamento prolungato sotto il manto erboso.

Tutti trasportavano con loro un apparecchio medico. Chi una protesi, chi un bypass che s’intravedeva all’interno del petto consumato.

Tutti quelli che erano “ritornati” si trascinavano almeno un apparecchio medico chirurgico semi elettronico che la vita mortale aveva voluto installargli in qualche parte del corpo. Non tutti erano visibili ma a causa del logorio, la maggior parte era in bella vista e scintillava sotto la fredda luce. Qualcuno emetteva ancora qualche suono cadenzato e regolare.

Quasi come se tutti quegli strumenti avessero emesso all’unisono un impulso vivificante, attraverso una sorta di tecnologia occulta.

Perlopiù si trattava di anziani mezzi decomposti, ma si poteva anche intravedere piccoli pargoli che arrancavano a gattoni.

Stufi di dormire marciavano come una mandria verso il vicino centro commerciale e non avevano neanche bisogno del cane da guardia.

Nella processione c’era anche Betsy, prominente casalinga che ormai sfoggiava solo più mezzo busto e si trascinava con foga verso il centro. Era come se non vedessero l’ora di dedicarsi ad un po’ di sano shopping. Molto probabilmente una delle loro attività preferite quando erano in vita. Animati da un desiderio impellente, si spintonavano avvicinandosi sempre di più al grande magazzino.

Le serrande erano abbassate ma la fiumana irruppe ugualmente con una prepotenza inaudita, sfondando le barriere per riversarsi come un fiume di carne e sangue dentro i vari reparti.

Non sembravano pericolosi e non si curavano minimamente dei pochi umani che incontrati lungo il cammino fuggivano terrorizzati.

Una volta nel centro incominciarono a dedicarsi alle attività più svariate. C’era chi si truccava il viso tumefatto, chi si godeva un po’ di frescura condizionata sulle panche. Chi provava nuovi abiti e costumi in saldo e chi invece si dedicava all’esplorazione dei reparti più tecnici. C’era addirittura qualcuno che si era seduto sulle giostre in movimento disegnando un’inquietante ritratto di divertimento post-mortem.

Tanti erano intenti a fare la spesa ed erano anche riusciti ad accaparrarsi qualche carrello per impilare montagne traballanti di oggetti. Sembravano felici.

C’era addirittura chi si era messo a lavorare con solerzia e ripetitività dedicandosi alle mansioni che molto probabilmente aveva svolto durante la vita. Se uno tralasciava il lato macabro, queste creature risultavano goffe e buffe nella loro parodia d’esistenza e se non si ascoltavano i versi disumani da lontano sarebbe potuta sembrare una normale giornata al centro commerciale.

Tutti indaffarati nella loro inquietante rappresentazione ogni tanto perdevano una parte del corpo che rimaneva incustodita al suolo come un feticcio.

I neon, i fari e le luci dell’intera struttura si erano magicamente accese per dare il surrogato di una seconda vita a quel miasma di frequentatori indaffarati. Forse era proprio in un posto del genere che la gente finiva dopo la vita.

 

Poi come per incanto lo stesso segnale che li aveva animati li spense come lampadine.

I cadaveri si accasciarono al suolo stecchiti con un unico tonfo sordo per lasciare il centro in un silenzio surreale.

Si spensero anche tutti i riflettori e ogni attività cessò all’interno dello Store. Tutto era tornato alla normalità o quasi.

Netturbini e becchini osservavano basiti quel putiferio. Incominciarono a impensierirsi per la mole di lavoro che li attendeva.

Oramai era la terza volta consecutiva che succedeva quello stesso mese e toccava sempre e solo a loro risistemare tutto quello schifo, compresa la miriade di corpi disfatti. D’altro canto dovevano reputarsi fortunati per la possibilità di un extra o almeno così gli era stato detto.

Indossarono con disgusto i guanti plastificati pensando alle pareti imbrattate di sangue. Braccia, gambe e dentiere incominciarono a popolare i loro pensieri.

 

E’ l’estate fredda dei morti,

il selciato di quel luogo,

livido e sconsacrato,

rigonfio di umidità e di odio,

li rigurgita senza sosta,

quasi a volersi vendicare

delle mille croci che lo hanno trafitto,

delle mille squallide lapidi,

conficcate nel suo sterile corpo.

Silenzio accecante permea l’aria,

e scandisce il tetro passo

di quelle creature,

sospinte dal vento di tenebra e dalla voce del nulla.

Per loro i salici e

buie cattedrali,

non lasciano trapelare

il sorriso del cielo,

che in quel giorno così triste,

svanirà presto,

come la luce del lampo e

lo scoppio del tuono.

E’ l’estate fredda dei morti.

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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