Giù al porto

Il porto odorava di pesce.

La luna si stagliava nel cielo come un disco di polistirolo alla deriva in un mare inquinato. In parte era coperta da centinaia di connessioni che davano forma alle vele della ricostruzione storica di un galeone pirata. Attrazione per i più grandi e gioia dei più piccoli, orientava la folla verso l’acquario. Uno dei più grandi d’Europa.

Popoloso di giorno, ghermito di umanità rumorosa, la notte celava i suoi segreti nel silenzio assordante che impregnava le vasche.

Lucio vagava ormai da qualche oretta e i piedi incominciavano a dolergli. Era in cerca di un posto dove passare la sua prima notte di vacanza. Quel porto gli trasmetteva una sensazione di libertà forse perché ormai erano anni che aspettava di potersi allontanare dal luogo in cui viveva in una sorta di prigionia, per godersi un po’ la pace e la solitudine di una vacanza in solitaria. Aveva perso la cognizione del tempo e guardando l’ora si accorse che era quasi mezzanotte.

Decise di cercare camera nei pressi del galeone, ma la complicità della zona turistica e dell’alta stagione non lo agevolarono nel suo intento. Neanche lo svogliato Night Auditor riuscì a offrigli una sistemazione per meno di un centinaio di cucuzze. Decisamente fuori budget per le sue tasche, così ringraziò e si allontanò dalla piazza, orientandosi verso il dedalo degli antichi “Caruggi”.

Lì avrebbe avuto più fortuna. Si trattava della parte più popolare della città, dove strette viuzze secolari s’intersecavano senza sosta partorendo una miriade di botteghe e piccoli locali, dove la gente visibilmente divertita e s’intratteneva fino a notte inoltrata.

Lucio però non era interessato alla compagnia e neanche ai venditori che cercavano d’imbonirselo.

Era stremato dal viaggio e il suo unico obbiettivo era quello di trovare un posticino accogliente ad un buon prezzo dove ammucchiare le sue membra e raccogliere le idee per il viaggio.

Il percorso era ancora tutto da disegnare. Perfino lì era saltato sul primo treno in partenza e di certo non poteva lamentarsi.  Ci era già stato da bambino ma si trattava di un’esperienza completamente diversa.  Il quartiere era giovane e ricco di attrattive. Appena sceso dal treno aveva visitato un paio di splendidi parchi per poi scambiare quattro chiacchiere con persone gioviali e generose.

Le gambe incominciavano a cedere sotto il peso dello zaino e l’app sul suo smartphone indicava un possibile candidato ad un centinaio di metri.

Un bambino grassoccio, nero e dall’aria felice stava facendo la cernita di tutti i bidoni in cui raccattava bottiglie di plastica che con un sorriso faceva sparire dentro un borsone. Pedalava in ciabatte madido di sudore, concentrato in quella che sembrava la sua missione. Lucio finse di non vederlo.  Rifiutò cortesemente le avance’ di un paio di intrallazzoni e finalmente giunse all’agognata meta in evidenza sullo schermo del suo telefonino.

La facciata era piuttosto anonima e tutt’intorno murales variopinti smorzavano il grigiore.

Lì nei Caruggi l’aria di libertà si mescolava in una fragranza inimitabile con l’odore del pesce e della salsedine. Stremato com’era avrebbe sborsato il centone se necessario.

Venne accolto e gli assegnarono una camera al terzo piano. Con le ultime forze si trascinò fino all’ascensore. La camera era più simile ad un corridoio. Dal piano antincendio affisso sulla porta si rese conto che il suo cubicolo si trovava al centro, completamente circondato da altre camere tutte più spaziose della sua.

Appena entrò infatti un forte senso di claustrofobia lo investì insieme ad un leggero e persistente fischio appena percettibile nel silenzio della camera, se così si poteva chiamare.

Il letto era adiacente all’ingresso. Sembrava uno di quei rompi-capo dove devi incastrare più cose possibile nello spazio più angusto. L’angolo del letto infatti coincideva con l’ingombro della porta.

Una specie di finestra blindata troneggiava difronte, troppo alta per essere raggiunta e a completare il quadretto due “opere d’arte” erano affisse al muro e rappresentavano due volti di persone ormai sfiorite. Decisamente di cattivo gusto, fissavano chiunque entrava nell’angusto bagnetto, forse il fiore all’occhiello. Nell’angolo della tela era anche possibile scorgere la firma dell’artista. Un certo Biondo che aveva anche dipinto le altre opere sparse per la struttura. Nel poco spazio rimanente c’era collocato un piccolo frigo bar e una televisione appesa ad un sostegno.

Nonostante fossero quasi le due dal bagno si potevano sentire delle persone discutere animatamente e una terza tossire e rigurgitare.

Quello che mancava erano le pareti di cartapesta, pensò irritato.

Dal finestrone con pessima intelaiatura di alluminio provenivano rumori molesti della strada così decise di chiuderlo e salito su una sedia riuscì nel suo intento.

Decise di sdraiarsi e chiudere gli occhi ma continuava ad essere infastidito da quel fischio che sembrava penetrargli nel cervello.

“Dove era finito per diamine?”

“Di nuovo in prigione?”  Come primo giorno di libertà non se lo sarebbe certo dimenticato.

Per non parlare di quel maledetto fischio.

Preso da un impeto di nervoso provò a staccare tutte le prese della corrente. Magari era qualcosa che faceva cortocircuito pensò, ma si rese presto conto che si trattava di un tentavo vano.

Poi provò anche a staccare il minibar non prima di essersi scolato l’unica birra e le due bottigliette di acqua all’interno che lo refrigerarono e per un attimo lo distrassero dal caldo umido e appiccicoso.

Si sdraiò e spense le luci. Si ritrovo in un buio asettico e molesto, con quel rumorino sottile che continuava a titillargli i timpani. In più si aggiungeva il caldo umido e l’afa che ben presto diventarono una tortura.

Il tempo trascorreva ma di Morfeo neanche l’ombra.

Nell’angolo della stanza successe una cosa piuttosto curiosa.

Avete presente al Luna Park quando una luce lampeggiante illumina l’ingresso della “Casa degli orrori”.

Sulla parete si illuminò per magia un interruttore proprio come nei giochi a premi in tv. Era certo di non averlo notato prima anche perché nel buio più totale lo avrebbe sicuramente individuato.

Ci rifletté un po’ su poi, stremato, sudato, appiccicoso e incazzato, si sfogò con il pulsante.

Ci ficcò una manata per rendersi subito conto che si trattava dell’interruttore di accensione di un condizionatore che con un ronzio si mise in moto. Almeno avrebbe mitigato l’aria e mascherato un po’ quel fastidioso fischio. Una sorta di manna dal cielo. Gioì.

Purtroppo in un attimo il cubicolo si impregnò di un forte odore acre e nauseabondo di carne umana, dopobarba, colonia scadente, acqua di mare e sigaretta.

Lo spense appena se ne rese conto ma ormai il piccolo ambiente trasudava quegli odori e la finestra non faceva il suo dovere. La puzza nauseabonda gli penetrò fin dentro le ossa, riempendo la testa del malcapitato di brutti pensieri.

Le tre passate. Si rassegnò a non chiudere occhio. Con un po’ di buonsenso avrebbe dovuto farsi cambiare la stanza e per nulla al mondo fermarsi a dormire in quel luogo.

Con l’intento di far smaltire un po’ la puzza che con il caldo non lo faceva respirare e come un tappeto a maglie fitte si era depositata ovunque, decise di aprire la porta della camera direttamente sul pianerottolo così da creare un po’ di corrente.

Il pianerottolo era illuminato così lasciò le luci spente dentro la stanza.

Fuori s’intravedevano le altre camere dove magari qualcuno più fortunato di lui riposava ormai da tempo, insieme ad altre opere agghiaccianti affisse alle pareti e firmate dal famigerato “Biondo”, la mascotte di quel postaccio.  Molto probabilmente “pittore” a tempo perso, aveva un suo giro di clientela con una spiccata attrazione per il trash e il lugubre in stile rigorosamente realistico.

Il pianerottolo era carico di rumori. Dietro alle altre porte si potevano udire delle persone.

Ma cosa poteva fare tutta quella gente sveglia in quella tarda ora e in quello strano posto?

Colpi di tosse e vociare si mescolavano alla puzza di quel famelico aggeggio.

Quell’aroma aveva intaccato il suo equilibrio nervoso, tanto che insieme alla puzza di dopobarba e all’aria fresca sembrava avessero erogato nell’aria qualche strana sostanza psicotropa. Una strana sensazione di nervoso e ansia s’impadronì di Lucio che sempre con la porta aperta si sdraio nella penombra teso e tremante.

Ormai non si sentiva più le gambe e il fetore sembrava avesse pernottato una notte proprio nella sua stessa camera.

Quella vacanza stava incominciando proprio male.

Tra poco la luce avrebbe fatto capolino dalle inferriate del finestrone così decise di lasciare al più presto quel posto. Nelle altre camere continuava a sentire la gente sveglia intenta in qualche attività a lui oscura.

Ogni tot udiva colpi di tosse e qualcuno intento a sputacchiare. Le quattro e quaranta lampeggiavano sul suo orologio da polso.

Si mise all’opera. Si fece una doccia gelata che sortì l’effetto di una puntura d’insetto. Si fregò il minikit del bagno come una sorta di macabro trofeo e si caricò in spalla lo zaino, quando sentì che l’ascensore stava salendo al piano.

Era stravolto per la nottata e teso come una corda di violino. Chiuse finalmente la porta della stanza e appoggiò il padiglione auricolare per mettersi in ascolto, spinto da una morbosa curiosità.

Sentì la voce di una donna notevolmente preoccupata che bussava proprio nella camera adiacente alla sua. Dopo il terzo tocco, gli venne ad aprire qualcuno, con cui ebbe una breve discussione. Riconobbe i colpi di tosse.

La paranoia gioca brutti scherzi ma a Lucio sembrò proprio che stessero parlando di lui.

Si fece coraggio ed uscì appena in tempo per vedere la porta del suo vicino richiudersi.

Si avviò allucinato e teso come una corda di violino verso la hall. il presentimento che lo avrebbero scambiato per un mezzo squilibrato ed era proprio così che lui si sentiva in quel momento.

Decise di prendere le scale. In mezzo ai quadri s’ imbatté in una curiosa fotografia che ritraeva un giovane dal sorriso beffardo che cingeva la spalla a un signore distinto con smoking e papillon.  Entrambi portavano vistosi occhiali da sole nonostante la foto fosse stata scattata proprio in uno di quegli interni.

La tensione non voleva andarsene anzi continuava a crescere, quasi fosse controllata a distanza da un bambino burlone con telecomando.

Ad attenderlo nella hall non trovò più lo sgangherato portiere di notte della sera precedente ma il tipo elegantone ritratto nella foto in carne e ossa. Questa volta fù Lucio che indossò il suo paio di occhiali da sole per mascherare le profonde occhiaie nere e l’aria stropicciata.

Era molto elegante e aveva una bella parlantina. Si presentò come il direttore dell’hotel e gli domandò se gradisse un caffè. “Se le bevande che servivano erano anche solo lontanamente in sintonia con lo stile delle camere sarebbe stato saggio starne alla larga”. Ipotizzò con ironia nella sua mente, rimanendo stupito di riuscire ancora a scherzare sulle cose.

“Sono a posto così, grazie e buona giornata”. Esortò Lucio al posto di maledirlo. Si riprese i suoi documenti, lascio la chiave e uscì riempendosi i polmoni d’aria inquinata, che in confronto all’odore che gli impregnava ancora narici e i vestiti sembrava l’ultima creazione di Dolce & Gabbana.

Forse la peggiore notte della sua vita. Le gambe continuavano a tremare e uno strano senso d’ansia non lo abbandonò fino alla seconda giornata di vacanza.

Si diresse subito verso la stazione, dove si recò con l’unico intento di allontanarsi al più presto da quel luogo malefico.  Lì, si scolò un paio di birre. Colazione alternativa per il malcapitato che ancora frastornato montò nuovamente sul primo treno in partenza.

 

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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