Anna dei miracoli

“Tuscumbia, Alabama 1882.

 

All’alba del mio secondo compleanno, una malattia squarciò il velo che proteggeva la mia culla.

Da quella ferita entrarono centinaia di farfalle nere che si posarono sui miei occhi chiudendo il passaggio alla luce.

Mi sprofondarono nell’oscurità e, con il battito delle loro ali, mi impedirono di tornare a sentire le voci amate.

Da quel momento vagai nella nebbia. Con il silenzio come unico compagno, sotto lo sguardo impotente della mia famiglia.

Isolata sotto una campana di vetro dove non esistevano sentimenti definiti.

Trovavo conforto solo on un angolo del piccolo giardino dove mi guidava il profumo dei fiori. Rose, gigli e violette inebriavano il mio cuore con il loro profumo.

Il mondo intorno a me era un nemico indecifrabile, sempre pronto a farmi male.

La mia unica difesa era farmi crisalide avvolta di vuoto e lontananza.

 

 

Le mie giornate si susseguivano senza che me ne rendessi conto, soffocata dall’eccesso di amore e protezione della mia famiglia. Trasformata in un essere selvaggio e capriccioso. I miei genitori, disperati perché non potevano educarmi, baciarmi, amarmi, decisero di mandarmi in un istituto. Mia madre implorò un’ultima possibilità e cercò una soluzione per tenermi accanto a sé.

Un giorno, come il vento, qualcuno arrivò dal nord per educarmi.

Cresciuta in un istituto, quasi cieca per le farfalle nere che le cingevano gli occhi, trascinava con sé il tormento di non aver potuto sottrarre il suo fratellino alle grinfie della morte.

Lasciò cadere le sue valigie cariche di sofferenza sul pavimento della veranda per avvertirmi della sua presenza. Era arrivata per non lasciarmi mai più.

Era, come appresi in seguito dalle fiabe, la mia fata. La mia fata madrina.

Il suo dolore e la mia solitudine si fronteggiarono e il nostro primo incontro si concluse con un dente rotto e la mia fata chiusa a chiave nella sua stanza.

Era la mia vendetta. Una vendetta inconsapevole che infliggevo alle persone intorno a me. Se ero chiusa nella mia solitudine, allora tutto il mondo doveva esserlo.

Ma nelle sue valigie la mia fata nascondeva un prodigio: un linguaggio di segni con cui infrangere la mia campana di vetro per mettermi in contatto con il mondo.

Ad ogni segno fatto con la mano corrispondeva una lettera. Combinandosi, si produceva qualcosa che mi era ignoto: il nome delle cose.

 

 

La rabbia continuava ad albergare in me, Un giorno, all’ora di pranzo, persi il controllo e ruppi la brocca dell’acqua.

La mia fata, implacabile, mi obbligò ad andare a prendere l’acqua alla fonte, e fu allora che avvenne il prodigio.

Mentre l’acqua mi scorreva sulle mani, il suo nome si accese nella mia mente e tutto acquistò un senso.

A  C  Q U  A

I segni ripetuti più e più volte nella mia mano andavano a comporre parole, i nomi delle cose. La campana di vetro che mi isolava dal mondo si era finalmente rotta, e un’insaziabile fame di conoscenza si impossessò di me.

Dovevo sapere il nome di tutto ciò che mi circondava, di tutto ciò che amavo, mia madre, padre, rosa, nido.

Si era risvegliata quell’ansia di conoscenza che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita.

 

da

Anna dei Miracoli

di Ana Juan

Collana cbm – Logosedizioni

Helen Keller nacque a Tuscumbia nel 1880. A diciannove mesi era diventata sorda e cieca a causa di una misteriosa malattia (probabilmente la scarlattina) e aveva trascorso i primi anni della sua vita a casa, viziata dai genitori.

Anne Sullivan, anche lei colpita a cinque anni da una malattia agli occhi chiamata tracoma, riesce nonostante la parziale cecità a diplomarsi nel 1886 e diventa l’istitutrice di Helen.

Conoscendo il linguaggio dell’alfabeto manuale, riesce ad entrare nel mondo di Helen facendole associare gli oggetti che tocca alle parole che venivano composte sul palmo della mano.

L’intelligenza e la vivacità di Helen fanno il resto. Nel 1904 conseguirà la laurea col massimo dei voti, diventerà avvocato e si impegnerà a favore della pace e dei diritti delle donne e dei disabili.

 

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