Sheitan

Aveva avuto un passato travagliato. Quando era ancora un bocciolo si era trasferita su un’isola insieme ad un uomo in là con gli anni e là le erano cresciute le spine, lucenti ed acuminate come uno di quei fiori belli da guardare ma dal profumo neutro e che è meglio non cogliere.

Qui dietro all’ombra cinese dell’amore lui si era approfittato di lei e della situazione, lasciando segni indelebili nella mente di quell’essere. Tanto piccolo e indifeso quanto letale.

Al suo ritorno insieme alla brezza marina portò con sé uno spirito selvaggio, insoddisfatto e con in grembo un grande disprezzo per gli altri esseri umani a cui preferiva animali e insetti.

Quello che le era stato fatto ingiustamente pensava fosse lecito replicarlo sugli altri malcapitati. Per lei l’amore era una sopportazione silenziosa che al momento propizio si tramutava in schiavitù per la persona che le stava accanto, del tutto ignara di quello che le sarebbe capitato. L’incubazione durava qualche anno. Periodo in cui lei raccoglieva tutte le informazioni necessarie per attuare inconsciamente il suo diabolico operato.

Per questo motivo le piaceva mettersi a fianco delle persone pure, genuine ed ingenue, altrimenti molto probabilmente avrebbe fallito miseramente nel suo intento. Al momento della svolta non era mai sola e pianificava ogni cosa nei minimi dettagli anche se magari lo faceva in maniera del tutto pilotata e inconsapevole.

Durante il primo periodo della “relazione” tutto era concesso e fonte di felicità per entrambi, compresa una sessualità idilliaca e appagante o almeno così dava a vedere e presumibilmente si trattava della realtà contando il buco nero da cui proveniva.

Poi cominciavano le limitazioni prima sporadiche e poi sempre più ferree che minavano la stabilità di una situazione costruita in maniera profondamente diversa.  All’origine si trattava di un rapporto simbiotico fatto di confidenze e fiducia malriposta dove le stesse regole venivano stravolte per lasciar spazio alla negazione. Tutto diventava un tabù, compreso il sesso che veniva concesso sempre più sporadicamente per poi venir eliminato del tutto. E sarebbe anche comprensibile fosse successo qualcosa di spiacevole purtroppo però si trattava di un processo inevitabile e a volte sembrava che non fosse lei che prendesse determinate decisioni ma delle voci silenziose dentro la sua mente.

Lei voleva conoscere ogni cosa del suo partner ma non rivelava mai mezzo particolare di se stessa, che si discostasse dalla banale quotidianità.

Mascherava queste difficoltà all’interno del nido con la mancanza di dialogo, ma quando apriva bocca il povero malcapitato veniva investito da una serie di banalità e luoghi comuni tutti strettamente materialisti.  Lei al contrario era sempre abbottonata sul suo passato e non rivelava mai particolari della sua vita al di fuori del: “Cosa ho fatto oggi”, “cosa non ho fatto”, “cosa ti ha detto” … e qui anche il più abile oratore avrebbe avuto qualche difficoltà ad intavolare una discussione con un poco di sugo.

Insomma una situazione alquanto bizzarra che per amore e desiderio uno si trovava ad accettare. Per un certo periodo.

Stremato dopo mesi di astinenza il malcapitato volgeva la sua attenzione altrove ed è lì che capitavano le cose più nefaste. Una metaforica discesa verso gl’inferi.

Fronte madida di sudore innanzi a maestose porte di ebano che si schiudevano come un uovo ripieno di magma colante.

Proprio quando uno si rendeva conto di aver concentrato tutte le sue energie e speso alcuni degli anni in teoria più preziosi, insieme ad una persona che non aveva mai conosciuto.

Il peggio purtroppo doveva ancora arrivare…

Lui incominciò a stare male e fu costretto ad assumere sostanze di vario genere che finirono per incasinargli i suoi sottili equilibri e il suo mondo che a fatica si era costruito negli anni.

La sua testa che fino a quel momento era stata sana e perfettamente funzionante in pratica ruzzolò come avrebbe voluto la Regina di cuori del finale di “Alice nel paese delle meraviglie”.

Lei nel frattempo donava volenterosa la sua spalla e i suoi consigli, quando magari lui avrebbe avuto bisogno di qualche altra parte del suo corpo.

Lo confortava e lo incoraggiava a inghiottire quel veleno per il suo bene e da qui sua vita fu irrimediabilmente compromessa.

Avete presente le mantidi religiose. Si tratta di un insetto della foresta equatoriale che durante l’accoppiamento, proprio nel momento dell’orgasmo con un paio di zampe trancia di netto la testa del compagno per lei ormai inutilizzabile.

Un’ombra malevola che insiste nel farti ingurgitare strane sostanze, rimanendo però al tuo fianco in questa situazione dai risvolti grotteschi.

A questo punto il Lui si aveva assunto le sembianze di un vero e proprio zombie, senza volontà propria e senza la capacità di realizzare o di reagire a quello che gli stava capitando.

Lei che gli concedeva qualche “buon consiglio”. Lui era solo, talmente confuso che si accontentava di quelli, mentre lei sembra aver riscoperto il suo amore nei confronti del poveretto tanto da stringere amicizia con la cerchia di donne e amici del suo passato. Solo quelli che riteneva degni delle sue attenzioni.

Non sembrava rendersi conto che la persona che lei diceva di amare ora non era altro che un involucro, una sorta di bozzolo amorfo. Un ammasso di carne senza volontà.

Quando si confidavano e si giuravano amore, il sommo dei sentimenti, chissà cosa rimestava lei in quei frangenti. O mentiva abilmente o chissà a quale tipo di “amore” stesse pensando.

Lui ormai ridotto ad un fascio di nervi senza un pensiero compito. Impaurito e terrorizzato da quello che gli stava succedendo non riusciva assolutamente a comprendere più nulla. Black out.

E a lei piaceva un sacco. Forse più di prima. Avrebbe fatto bene a comprarsi uno di quei peluches con annesso un grosso vibratore che magari tirando un cordino ti spiattella qualche frase sdolcinata. Ci faceva le gite, le uscite scolastiche, le cene con le poche amiche, esibendolo come una sorta di trofeo da mettere in bella mostra.

Il povero malcapitato amava la vita in tutte le sue manifestazioni e non era certo uno sprovveduto. Coltivava diverse attività e custodiva un’infinità di passioni ma in un amen, si ritrovò senza più punti saldi, con la sabbia arida intorno e dentro la testa e con il terreno cedevole sotto i piedi.

Perse tutto. Nel giro di pochissimo tempo. Amici, lavoro, indipendenza, lucidità, macchina, desideri… Anche lei finalmente si mostrò per quello che era e lo lasciò finalmente alla sua tortura.

La stessa gente da un giorno all’altro lo guardava con occhi differenti. Tanti erano spariti e tanti preferivano non farsi trovare.

Spesso solo pochi possono percepire la sofferenza e riesci a intravederlo nei loro occhi, come loro fanno con i tuoi. In genere preferiscono non parlare di nulla.

Vi sbagliate a dire che inferno e paradiso non esistono.

Ci sono eccome e ognuno di noi ci si può tranquillamente imbattere nella sua quotidianità, nelle maniere più impensabili.

Il male dilaga. Come un bellissimo diamante dalle mille sfaccettature illumina le nostre vite di differenti tonalità. Le distorce attraverso la sua forma rifrangendo solo quello di cui necessita.

Io questa luce l’ho conosciuta personalmente e non faccio fatica a riconoscerla anche quando si cela in qualche corpicino angelico da cui uno potrebbe aspettarsi solo del miele profumato.

L’inferno ha molte forme e colori e prevalentemente si annida nella testa delle persone così diventa piuttosto difficile percepire l’odore di zolfo.  La società è il terreno fertile in cui cresce e silenzioso si diffonde a macchia d’olio.

L’inferno è alzarsi alla mattina e aprire gli occhi come un automa. Prosciugato in viso dalla notti più buie.

E’ il ticchettio implacabile del doccino che scava all’interno della nuca solchi profondi con ritmo cadenzato, proprio come accadeva nelle peggiori prigioni francesi in cui ci si sente quotidianamente intrappolati. Una gabbia senza le sbarre.

L’inferno è sentirsi svuotati di ogni forza e di ogni stimolo creativo. Sentirsi quotidianamente ridisegnati.

L’inferno è guardare le lancette dell’orologio impalate, sperando che quel tempo beffardo finalmente decida di ripartire.

Ogni essere è unico, magico, e come tale va preservato con tutte le sue peculiarità. L’uomo non è stato creato per vivere tutto questo.

L’inferno è disconoscere il proprio corpo e le leggi che ne regolano la vita.

Il male è non poter più ascoltare il suono del silenzio.

Il male è tutto il tempo che viene rubato ingiustamente e mai restituito… se solo finisse la tortura uno sarebbe libero di guardare avanti e dimenticare.

 

Il mondo è bello e vasto. Offre un sacco di opportunità, svaghi e amore di quello vero. Bisognerebbe comprenderlo e cercare di vivere senza limitare le esistenze altrui nonostante possano risultare differenti dalle nostre.

Comprendere amare e lasciar andare.

 

 

 

Gabriele Oneghì

Gabriele Oneghì, nasce nel 1984 a Torino “sotto la Mole” dice Lui. Sin da bambino manifesta passione per ogni forma di arte, dalla musica alla scrittura.   Gabriele non si definisce un paziente psichiatrico. Lui sta bene, non prende farmaci.  Ma guarda il mondo attraverso un caleidoscopio. La sua percezione delle cose e delle persone passa attraverso un filtro speciale in cui non esistono confini tra realtà, fantasia e sogno. L’arte è un veicolo, le parole sono simboli, riflessi dell’inconscio.

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