“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”

“ Il termine preferito della neurologia è «deficit», col quale si denota una menomazione o l’inabilità di una funzione neurologica: perdita della parola, perdita del linguaggio, perdita della memoria, perdita della vista, perdita della destrezza, perdita dell’identità e una miriade di altre mancanze e perdite di funzioni (o facoltà) specifiche. Per tutte queste disfunzioni (altro termine molto in voga) abbiamo tutta una serie di parole privative: afonia, afemia, afasia, alessia, aprassia, agnosia, atassia – una parola per ogni funzione nervosa o mentale di cui i pazienti, in seguito a malattia, lesione o difetto di sviluppo, si trovino in parte o del tutto privati.”

“A un afasico non si può mentire. Egli non riesce ad afferrare le tue parole, e quindi non può esserne ingannato; ma l’espressione che accompagna le parole, quell’espressività totale, spontanea, involontaria che non può mai essere simulata o contraffatta, come possono esserlo, fin troppo facilmente, le parole… tutto questo egli lo afferra con precisione infallibile.”

“Una malattia non è mai semplicemente una perdita o un eccesso, che c’è sempre una reazione, da parte dell’organismo o dell’individuo colpito, volta a ristabilire, a sostituire, a compensare e a conservare la propria identità, per strani che possano essere i mezzi usati.”

“Convinto che la visita fosse finita, si guardò intorno alla ricerca del cappello. Allungò la mano e afferrò la testa di sua moglie, cercò di sollevarla, di calzarla in capo. Aveva scambiato la moglie per un cappello! La donna reagì come se fosse abituata a cose del genere.”

«Una superficie continua,» annunciò infine «avvolta su se stessa. Dotata…» esitò «di cinque estremità cave, se così si può dire.»
«Sì» dissi cautamente. «Lei mi ha fatto una descrizione. Ora mi dica che cos’è».
«Un qualche contenitore?»
«Sì,» dissi «e che cosa potrebbe contenere?»
«Potrebbe contenere il suo contenuto!» disse il dottor P. con una risata. «Ci sono varie possibilità. Potrebbe essere un portamonete, per esempio, per monete di cinque valori diversi. Oppure…»
Interruppi quel folle flusso di parole. «Non ha un aspetto familiare? Non crede che potrebbe contenere, fasciare, una parte del suo corpo?»
Nessun lampo di riconoscimento illuminò il suo viso.
In seguito se lo infilò per caso: «Dio mio!» esclamò «È un guanto!

«Questa “propriocezione” è come se fosse gli occhi del corpo, il modo in cui il corpo vede se stesso. E se scompare, come è successo a me, è come se il corpo fosse cieco. Il mio corpo non può ‘vedere’ se stesso se ha perso i suoi occhi, giusto? Così tocca a me guardarlo, essere i suoi occhi. Giusto?»

La povera Christina è «svuotata» ora, nel 1985, né più né meno di quanto lo fosse otto anni fa e così rimarrà per il resto della sua vita. La sua esperienza non ha precedenti. Christina è, per quanto ne so, la prima del suo genere, il primo essere umano «disincarnato».

Egli non riesce ad afferrare le tue parole, e quindi non può esserne ingannato; ma l’espressione che accompagna le parole, quell’espressività totale, spontanea, involontaria che non può mai essere simulata o contraffatta, come possono esserlo, fin troppo facilmente, le parole… tutto questo egli lo afferra con precisione infallibile.

 

Il libro da cui sono tratte queste citazioni si chiama “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”.
Viene consigliato a “medici, malati lettori di romanzi e di poesia, cultori di psicologia e di metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici”.
Oliver Sacks, l’autore, è uno scrittore e un medico, interessato, come spiega nella sua prefazione, agli aspetti drammaturgici quanto scientifici della vita di un uomo.
In questo libro, dunque, attraverso casi clinici, spiega la mancata connessione tra cervello e corpo che possono derivare da un problema genetico o da un danno al cervello.
Non si tratta, dunque, di pazzia. E’ il funzionamento diverso della mente a seconda del deficit osservato.
Troviamo dunque la ragazza che non percepisce più il suo corpo e si sente disincarnata (il deficit della propriocezione); il dottor P. che dopo un incidente è malato di “agnosia”: riconosce i suoi studenti o sua moglie solo dall’olfatto, come i cani. E molteplici pazienti, che non sono pazzi.
Semplicemente funzionano in maniera diversa.
E’ un libro scritto da un grande medico, neurologo, e un grande uomo commosso di fronte alla fragilità dei suoi pazienti.
Da leggere assolutamente!

 

 

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