L’idiota_Fedor Dostoevskij

“Si sa che gli attacchi di epilessia, del vero e proprio mal caduco, sopravvengono improvvisamente. In quell’attimo tutto il volto si deforma improvvisamente e orribilmente, e specialmente lo sguardo. Gli spasimi e le convulsioni scuotono tutto il corpo e sconvolgono le fattezze del volto.

Dal petto si sprigiona un urlo spaventoso, indescrivibile, che non somiglia a null’altro; è come se tutto ciò che c’è di umano in quell’uomo scompaia con quell’urlo, e per chi assista a quello spettacolo è assolutamente impossibile, o perlomeno molto difficile, ammettere o perfino immaginarsi che sia la stessa persona a urlare in quel modo.
Sembra addirittura che a gridare sia qualcun altro, qualcuno che si nasconde dentro quell’uomo.
Perlomeno, sono numerosi coloro che hanno cercato di spiegare in tal modo l’impressione provata a quella vista, ma in molti altri la vista di un uomo in preda a un attacco di mal caduco determina un inesprimibile, intollerabile terrore, che ha in sé qualcosa addirittura di mistico.”

“A un tratto, in mezzo alla tristezza, al buio e all’oppressione, il suo cervello sembrava accendersi di colpo, tendendo in un estremo impulso tutte le proprie energie vitali. In quell’attimo, che aveva la durata di un lampo, la sensazione della vita e il senso dell’autocoscienza sembravano decuplicare di forza. Il cuore e lo spirito si illuminavano di una luce straordinaria. Tutti i dubbi, tutte le ansie e le agitazioni sembravano quietarsi di colpo, si risolvevano in una calma suprema, piena di armonica e serena letizia, di speranza, di ragionevolezza e di penetrazione suprema.”

“Che importa se è malattia?” “Che importa se questa tensione è anormale, quando il suo stesso risultato, l’attimo delle supreme percezioni, ricordato e analizzato in un momento di lucidità, con l’effetto che esso produce, risulta sommamente armonico e sublime, comunicandomi un senso mai provato prima né immaginato di pienezza, di equilibrio, di pace e di fusione, in uno slancio di preghiera con la più alta sintesi della vita?”

Tra il 1868 e il 1869

Fedor Dostoevskij scrive l’Idiota, un libro straordinario, ritenuto da molti il più intimo, perché in questo racconto parla di tante cose di sé, tra cui l’Epilessia, la malattia che lo ha tormentato per tutta la vita.
Ne soffrirà il protagonista di questo libro, il principe Myskin, appunto ironicamente chiamato l’Idiota, perché è un uomo buonissimo, semplicissimo, così ingenuo da quasi suscitare la sensazione da parte del lettore di scrollarlo, e di chiedergli di darsi una svegliata. Ma lui continua imperterrito ad aspirare all’armonia totale.
E’ attraverso di lui che l’autore parla, e attraverso di lui Dostoevskij sfida un mondo che conosce solo valori materiali. Con questo fantastico personaggio, incapace di adeguarsi al cinismo, alla meschinità dei personaggi che via via incontriamo nel libro.
Nelle citazioni, ritroviamo un’immagine dell’epilessia assai fuori dal comune dall’idea che ci siamo fatti oggi giorno. L’autore riusciva a cogliere di questo male l’incanto dell’inafferrabilità, dell’estasi momentanea, della quiete del suo corpo dopo la tempesta.
E’ davvero difficile, oggigiorno, parlarne in questi termini. Ma è senza dubbio interessante leggere queste righe fuori dal coro.

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