La lunga vita di Marianna Ucrìa

«         “Ora hai tredici anni approfitto per dirtelo che ti devi maritari che ti avimu trovato uno zito per te perché non ti fazzu monachella come è destino di tua sorella Fiametta”.

La ragazzina rilegge le parole frettolose della madre che scrive ignorando le doppie, mescolando il dialetto con l’italiano, usando una grafia zoppicante e piena di ondeggiamenti. Un marito? ma perché? pensava che mutilata com’è, le fosse interdetto il matrimonio. E poi ha appena tredici anni.

La signora madre ora aspetta una risposta. Le sorride affettuosa ma di una affettuosità un poco recitata. A lei questa figlia sordomuta mette addosso un senso di pena insostenibile, un imbarazzo che la gela. Non sa come prenderla, come farsi intendere da lei. Già lo scrivere le piace poco: leggere poi la grafia degli altri è una vera tortura. Ma con abnegazione materna si dirige docile verso la scrivania, afferra un altro foglio, prende la penna d’oca e la boccetta dell’inchiostro e porta ogni cosa alla figlia distesa sul letto.

“Alla mutola un marito?” scrive Marianna appoggiandosi su un gomito e macchiando nella confusione, il lenzuolo di inchiostro.

“Il signor padre tutto fici per farti parlari portandoti su iddu perfino alla Vicaria che ti giovava lo scantu ma non parlasti perché sei una testa di balata, non hai volontà… tua sorella Fiammetta si sposa con Cristo, Agata è promessa col figghiu del principe di Torre Mosca, tu hai il dovere di accettare lo zitu che ti indichiamo perchè ti vogliamo bene e perciò non ti lasciamo niescere dalla famiglia per questo ti diamo allo zio Pietro Ucrìa di Campo Spagnolo, barone della Scannatura, di Bosco Grande e di Fiume Mendola, conte della Sala di Paruta, marchese di Sollazzi e di Taya. Che poi oltre a essere mio fratello è pure cugino di tuo padre e ti vuole bene e in lui solo ci puoi trovare un ricetto all’anima”.

Marianna legge accigliata non facendo più caso agli errori di ortografia della madre né alle parole in dialetto gettate lì a manciate. Rilegge soprattutto le ultime righe: quindi il fidanzato, lo “zito”, sarebbe lo zio Pietro? quell’uomo triste, ingrugnato, sempre vestito di rosso che in famiglia chiamano “il gambero”?

“Non mi marito”, scrive rabbiosa dietro il foglio ancora umido delle parole della madre.

La duchessa Maria torna paziente allo scrittoio, la fronte cosparsa di goccioline di sudore: che fatica le fa fare questa figlia mutola: non vuole capire che è un impiccio e basta.

“Nessuno ti prende attia Mariannina mia. E per il convento ci vuole la dote, lo sai. Già stiamo preparando i soldi per Fiammetta, costa caro. Lo zio Pietro ti prende senza niente perché ti vuole bene e tutte le sue terre seriano le tue, intendisti?”

 

 

«            Il signor marito zio si era offeso ma non aveva insistito troppo. Dopo quattro anni di matrimonio aveva rinunciato all’obbedienza della moglie; rispettava le volontà di lei purché non lo coinvolgessero troppo in prima persona, purché non contraddicessero la sua idea di educazione per i figli e non ostacolassero i suoi dirittidi marito.

Non l’aveva mai visto sorridere salvo una volta che lei si era tolta una scarpa per infilare il piede nudo nell’acqua della fontana. Poi mai più. Fin dalla prima notte quell’uomo freddo e timido aveva preso l’abitudine di dormire sul bordo del letto, voltandole la schiena. Poi una mattina, mentre lei ancora era immersa nel sonno, le si era buttato addosso e l’aveva violentata.

Il corpo della moglie tredicenne aveva reagito a calci e unghiate. La mattina dopo molto presto Marianna era scappata a Palermo dai genitori. E lì la signora madre le aveva scritto che aveva fatto malissimo ad andarsene dal suo posto di “mugghieri”, comportandosi come “un purpu inchiostrato” che butta discredito su tutta la famiglia.

“Chi si marita e non si pente, compra Palermo a sole cent’onze” e “Cu simarita p’amuri sempri campa ‘n duluri” e “Femmina e gaddina si perde si troppu cammina” e “La bona mugghieri fa bonu maritu” l’avevano investita con rimproveri e proverbi. Con la madre ci si era messa anche la zia Teresa professa scrivendole che andandosene dal tetto coniugale aveva fatto “peccato mortale”.

Per non parlare della vecchia zia Agata che l’aveva presa per una mano, le aveva strappato la fede e gliela aveva fatta mettere fra i denti con la forza. E infine perfino il signor padre l’aveva redarguita e poi l’aveva riaccompagnata a Bagheria col suo calesse personale consegnandola al marito, con la preghiera che non infierissesu di lei per riguardo alla sua giovane età e alla sua mutilazione.

“Chiudi gli occhi e pensa ad altro”aveva scritto la zia Professa cacciandole il foglietto nella tasca, dove l’aveva trovato più tardi tornando a casa : “Prega lu Signuri, iddu ti ricompenserà”.

 

 

«             Lu “masculu” è arrivato come voleva il signor marito zio, si chiama Mariano. E’ nato dopo due anni giusti dalla nascita di Manina. E’ biondo come la sorella, bello più di lei, ma di carattere differente: piange facilmente e se non ci si occupa di lui in continuazione, dà in escandescenze. Il fatto è che tutti lo tengono in palmo di mano come un gioiello prezioso e a pochi mesi ha già capito che le sue voglie saranno comunque soddisfatte.

Questa volta il signor marito ha sorriso apertamente, ha portato in regalo alla signora sposta una collana di perle dai chicchi rosati, grossi come ceci. Le ha pure fatto una donazione di mille scudi perché così “fanno i re con le regine quando partoriscono un maschio”.

 

 

«            Marianna sfoglia il quadernetto e si ferma stupita: nella pagina in basso c’è una dedica scritta a penna in caratteri minuscoli: “A colei che non parla perché accolga nella sua testa spaziosa questi pensieri che mi sono vicini”.

Ma perché l’aveva nascosto fra i libri della biblioteca? Grass sapeva che solo lei metteva le mani fra i libri. Però sapeva anche che il signor marito zio ogni tanto andava a controllare. Quindi era un regalo clandestino, nascosto in modo che lo trovasse lei dopo la partenza dell’ospite, in solitudine.

 

 

«            Il brigantino si muove appena dondolandosi sull’acqua verde. Davanti, a ventaglio,  la città di “Paliermu”: una fila di palazzi grigi e ocra, delle chiese grigie e bianche, delle stamberghe dipinte di rosa, dei negozi dai tendoni a strisce verdi, le strade delle “balati” sconnesse in mezzo a cui scorrono rivoli di acqua sporca.

Gli occhi di Marianna si fermano sulle alte finestre della Vicaria. Alla sinistra della prigione, dietro una leggera quinta di case, si allarga il rettangolo irregolare di piazza Marina. In mezzo alla piazza vuota la pedana scura della forca – segno che qualcuno sarà impiccato domattina – quella forca a cui il signor padre l’ha trascinata per amore, perché guarisse dal suo mutismo. Mai avrebbe immaginato che il signor padre e il signor marito zio tenessero in comune un segreto che la riguardava; che si fossero alleati tacendo a tutti di quella ferita inferta al suo corpo di bambina.

Ora il brigantino è agitato da scosse lunghe e nervose. Le vele sono state issate: la prua si dirige decisamente verso l’alto mare. Marianna si appoggia con tutte e due le mani alla balaustra laccata mentre Palermo si allontana……………..una parte di lei rimarrà lì, su quelle strade inzaccherate, in quel tepore che sa di gelsomini zuccherati e di escrementi di cavallo.

 

 

da

La lunga vita di Marianna Ucrìa

di Dacia Maraini

RCS Rizzoli Libri S.p.A

 

 

La Sicilia della prima metà del Settecento e una grande famiglia palermitana dalle molte arroganze e dalle molte miserie. Marianna è una bambina destinata, come le sorelle e le cugine, a sposarsi e ad arricchire di nuovi eredi il casato. Ma lei è diversa dalle altre. Marianna è sordomuta e se vuole comunicare con il mondo che la circonda e nel quale vuole vivere, deve imparare a esprimersi scrivendo e a riversare nella scrittura i suoi sentimenti, le sue idee e un amore disperato scoperto dopo anni di solitudine sentimentale.

Un romanzo dove la forza dei sentimenti, i colori degli ambienti e la tensione narrativa incalzante portano il lettore in un mondo popolato di fatti e di personaggi ma nello stesso tempo nel mistero inquietante e silenzioso di una mente femminile.

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