Cocò (Tratto da una storia vera)

Avevo sentito delle leggende che narravano le crudeltà inflitte senza scrupoli all’interno degli allevamenti intensivi. Veri e propri Lager per i poveri malcapitati.

In quei luoghi la luce del sole difficilmente riesce a penetrare, sostituita da quella di tristi lampade accese ventiquattro ore su ventiquattro in modo che le ovaiole possono sfornare come se non ci fosse un domani. Qui questi “esseri” cessano di essere tali per diventare materia prima da lavorare secondo scrupolosi processi automatizzati estremamente redditizi che lasciano da parte i sentimenti. Questi animali in fondo patiscono e soffrono proprio come le persone.

In questi luoghi dove la crudeltà non ha limiti, vengono perpetrate delle barbarie che difficilmente si stenterebbe a credere. Si tratta di storie ai limiti della realtà e della decenza. Mucche spremute, polli gonfiati, ratti tagliuzzati, anatre ingozzate fino a scoppiare…. Il campionario del brivido non ha limiti e la lista delle crudeltà è senza fine.

Un giorno, non contento dei soliti video rimediati sul web, decisi di vedere con i miei stessi occhi quello che capitava dentro queste camere di tortura e sincero non fu certo una genialata. Avrei fatto meglio a evitare quel tipo di esperienza perché ancora oggi quei ricordi mi perseguitano.

Ero riuscito a farmi assumere in una piccola ditta dell’Arkansas, dove venivano prodotte uova in batteria.

Là lavorai per un po’ di tempo come apprendista e vidi con i miei occhi le povere galline rinchiuse a centinaia dentro lunghe file di gabbie che per dimensione sarebbero state consone al massimo per un paio di topolini ballerini.

Qui le galline passavano la loro esistenza senza muoversi e con l’unica funzione di produrre uova per poi venire infine macellate. Venivano ingrassate a dismisura e raggiungevano le dimensioni incredibili di un cane di mezza taglia. Diventavano dei veri e propri palloni di piume incastrati dentro piccole gabbiette asfissianti dove spesso si rompevano le articolazioni o restavano menomate. E nulla di loro andava sprecato. Per l’orrore a cui erano costrette arrivavano all’autolesionismo e addirittura al cannibalismo con le loro vicine di gabbia.

Per questa ragione passai con disgusto diverse giornate a spuntare i loro becchi. Che fortunata mansione che mi era toccata!

Forse la sorte più orribile però era riservata ai pulcini e agli operai che li trattavano.

I piccoli infatti seguivano una vera e propria catena di montaggio. Il primo travaglio era quello del guscio. Non tutti riuscivano a rompere l’involucro, ignari del destino che li attendeva. Forse avrebbero fatto meglio ad asserragliarsi dentro a quei piccoli scudi.

In seguito venivano trasportati dal classico rullo che viaggia senza sosta. Una sorta di trasporto automatizzato verso la fine imminente.  Qui venivano selezionati per sesso e ai maschi, inutilizzabili per la produzione di uova, spettava una fine degna di un film di Rob Zombie.  Nella migliore delle ipotesi si trattava di un grosso tritacarne che vorticava senza sosta in cui venivano gettati ancora pigolanti.

Durai molto poco come dipendente della Ovito & co. e faticai a chiudere occhio per alcune settimane a venire. Ero un tipo piuttosto suggestionabile rispetto a certi argomenti.

Nelle orecchie avevo il rumore assillante di quei rulli, insieme a quello di quei poveri pulcini che si lamentavano in continuazione. Per non parlare del rumore metallico di ossa triturate emesso dal tritacarne che ormai consideravo come un’entità malefica a se stante. Per un periodo pensai addirittura di prendere parte a uno di quei gruppi animalisti che mobilitano delle vere e proprie azioni di sabotaggio verso le attività di questi personaggi senza scrupoli.

Continuavo a domandarmi come la gente facesse a mangiare quel “prodotto” con il sorriso sulle labbra e l’acquolina in bocca. Più che altro mi domandavo come facesse ad avere un buon sapore! Riflettendoci bene, trovai un significato anche a tutte quelle salsine sempre più saporite forse ideate per coprire il gusto di cadavere: Ketchup, rafano, frutti di bosco, chutney, wasabi, barbecue, maionese (prodotta con quelle stesse maledette uova) e tante altre, che spuntavano come funghi nel panorama culinario più “cool” dei nostri giorni.

Ricordo che quando ero giovane e sbarbatello di questi orrori per fortuna non se ne sentiva parlare.

Ogni nonno rispettabile aveva il suo pollaio e io stesso mi ricordo di quando feci la conoscenza delle galline.                                                              Starnazzanti mi piaceva rincorrerle libere e lanciar loro i chicchi di mais duro, gli stessi che si usano adesso per fare i pop corn.                            Mi ricordo di Billina, la gallina parlante del Mago di Oz che aveva sempre un buon consiglio per la giovane Dorothy Gale. Pensa se l’avessero rinchiusa dentro una di quelle gabbie con altre centinaia di galline… sicuramente avrebbero fatto una rivoluzione.

Ricordo come un acquerello il pollaio di mia nonna.

Io ero piccolo ma potevo entrarci in tutta la mia lunghezza.

Ricordo che si trattava di un luogo affollato da bellissimi animali e sovrano su tutti imperversava Cocò.

Cocò era un enorme gallo di colore bianco, non ci crederete, cresciuto a dismisura senza mangime chimico, cresta e bargigli al vento, fiero e con un caratteristico chicchirichì baritonale.

L’amore della nonna era da lui caldamente ricambiato insieme ad una sorta di gelosia malcelata.

Infatti ogni volta che piccolo e stupido tentavo d’intromettermi tra i loro affari venivo becchettato dal prepotente pennuto.

Passati gli anni Cocò invecchiava felice, ma il suo carattere e la sua gelosia certo non miglioravano. Ormai nel cortile svolgeva praticamente le veci di un cane e penso che dentro di lui si sentisse un po’ canide. Era viziato e dispettoso tanto che nel rione tutti portavano un suo ricordino.

Vicino a casa di mia nonna abitava un cieco che si serviva di Cocò come di una sveglia.

Tutte le mattine puntualmente alle cinque lui cantava, così Battista si svegliava per prendere il treno che alle sei lo attendeva in stazione.

Una sera era seduto sull’aia, venne fuori il discorso e raccontò che lui non aveva bisogno della sveglia perché tutte le mattine il prodigioso gallo lo destava con il suo canto.

Cocò molto probabilmente capiva cosa dicevano le persone, anche se lo interpretava in un modo tutto suo.

Ironia della sorte la rivelazione di Battista si tramutò in una disgrazia, perché quella fu l’unica mattina in cui il famigerato Cocò non cantò e fra le risate di tutti per la prima volta in vita sua il cieco perse il treno.

Un giorno, più bellicoso che mai, forse in una strana manifestazione d’amore, rincorse mia nonna e con un bel salto le imbeccò un orecchio ingoiando direttamente uno dei piccoli orecchini di pietra preziosa che le aveva regalato il nonno. Che volesse prendere il suo posto?

Fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Un po’ per la veneranda età e un po’ per castigo, la Nonna bis decise che fosse giunta l’ora di metterlo in pentola. E non ci fu nessuno che riuscì a farla desistere.

A quei tempi però in campagna non avevano ancora le pentole a pressione che cuociono anche i sassi, così il vecchio Cocò non s’intenerì neanche da morto.

Tutti i miei avi intorno alla tavola imbandita ripiegarono mestamente sulle verdure e quando sorse un nuovo giorno e il tonante chicchirichì non risuonò più nel cortile, ero piccolo ma sentii dentro di me un gran vuoto e un triste silenzio.

La nonna invece quel giorno non battè ciglio. Nel suo adorato pollaio continuarono ad esserci meravigliose galline, ma galli neanche più l’ombra.

Forse nel suo cuore nessun gallo avrebbe mai preso il posto di Cocò, nonostante tutte le malefatte che le combinò nella sua lunga, movimentata e felice esistenza.

Gabriele Oneghì

Gabriele Oneghì, nasce nel 1984 a Torino “sotto la Mole” dice Lui. Sin da bambino manifesta passione per ogni forma di arte, dalla musica alla scrittura.   Gabriele non si definisce un paziente psichiatrico. Lui sta bene, non prende farmaci.  Ma guarda il mondo attraverso un caleidoscopio. La sua percezione delle cose e delle persone passa attraverso un filtro speciale in cui non esistono confini tra realtà, fantasia e sogno. L’arte è un veicolo, le parole sono simboli, riflessi dell’inconscio.

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