Il pozzo e il pendolo

Non si tratta del riflesso appartenente a una gioventù a tratti superficiale o di un’abitudine ormai radicata nel profondo. E’ una pericolosa noia che ti assale alla gola senza un preavviso, lasciandoti svuotato e inerme di fronte alla sua furia. Costretto a correre ai ripari verso la ricerca frenetica di un’immediata via di fuga. Anche passeggera, ma reale e concreta.

Solitamente non mi capitava la mattina, ma quel giorno aprii gli occhi per trovarmi intorno la cortina di nulla. Nell’ultimo periodo si era rafforzata proprio come i demoni che sfamavo da settimane.

Ormai eravamo intimi, ma quel giorno in particolare era più spessa e impenetrabile del solito, fondendosi perfettamente con il grigiore di quella mattinata uggiosa. Fuori dai Velux, sentivo il ticchettio della pioggia incessante che da giorni lavava via i peccati della mia ridente cittadina industriale: Torino.

Uscii di malavoglia dal liquido amniotico che il piumone a scacchi produceva quasi ogni notte.

Mi lavai in fretta sulle piastrelle gelate del piccolo bagno e lo sbalzo termico mi riportò subito alla cruda realtà, proprio come quello che fanno fare in cucina alle verdure lessate, per mantenere la loro croccantezza.

Feci scivolare un centone nella tasca del mio giubbotto preferito. Una sorta di rivisitazione di un Moncler verde sgualcito, ricoperto su una manica dalle toppe acquistate ai vari concerti a cui avevo assistito in giro per l’Europa. Coppola ben calata sul viso nel vano tentativo di nascondere le occhiaie, che in questo periodo mi perseguitavano. Cuffie sulle orecchie, e AIR a tutto volume. In quel momento intonavano le melodie evanescenti di “Virgins Suicide”. Quasi che se chiudi gli occhi, ti sembra di ritornare all’infanzia per fluttuare in pace dentro un mare cristallino fatto di acqua e nostalgia.

In un attimo ero in strada, alla fermata del 4. Un tram storico, che puntuale come un Rolex, non fa mai una svolta e a mo’ di righello cavalca schiavo i binari da un’estremità all’altra della city.

Appena salito rimasi accanto alle porte sul fondo adocchiando la gente che saliva e sospirava sollievo per il fortuito riparo dalle intemperie. Speravo così di avere il tempo per un balzo felino, nel caso fossi incappato in qualche omino blu pronto a sventolare il taccuino delle multe. Schiacciato come in un carro bestiame pregai scendesse presto un po’ di folla. Non capisco come la gente riesca ancora a pagare il biglietto che ultimamente ha raggiunto prezzi davvero esosi.

Facce gonfie e assonnate. Berretti calati, ombrelli sgualciti, nasi e guance arrossati dal freddo, proprio come i clown.

Per lo più la gente era incazzata, probabilmente a causa della lunga giornata di lavoro frustrante che li attendeva. Difficilmente si rivolgevano la parola, completamente assorbiti dallo schermo del telefonino e dal suo mondo digitale. Un mondo parallelo fatto di app, emoticon e belle apparenze dove ogni volto è sorridente. In quel momento era decisamente più accattivante del tragitto.

In ogni caso, le cuffie ad alto volume mi proteggevano dall’ipocrisia e dalla banalità dei pochi discorsi mattutini spiccicati controvoglia, con la bocca ancora impastata dal sonno, o magari sostenuti con una certa enfasi del tutto artificiale, da qualche pettegola più arzilla del solito.

Studenti rumorosi che noncuranti mettevano in bella mostra libri e zainetti che ancora odoravano di cartoleria.

A fianco a me avevo due ragazzine che non avranno avuto più di tredici anni. Succhiavano di gusto dei lunghi dolciumi di zucchero colorati dalle fattezze falliche. Era scattata una sorta di competizione mattutina a chi delle due riusciva ad infilarselo più profondamente dentro la gola. Maliziose avevano i volti ricoperti di trucco come delle maschere di carnevale.

Di fronte un donnone tutto bagnato, straripante, con fuseaux aderenti zebrati e ciabatte da mare nonostante la pioggia. Teneva le gambe aperte in modo grossolano. Ferma nella sua posa panoramica, continuava ad eccitare i passeggeri che fingevano disattenzione.

Al posto della vecchia obliteratrice, avevano installato una cassettina con sensore, su cui far scorrere il ticket. Sopra c’era un omino stilizzato, che ti esortava: “allenati a bippare”. Qualche buontempone, aveva sostituito la B con la P, mettendo in mostra un esplicito incoraggiamento.

Ho il gancio con Rashid subito dopo pranzo. Si fa sempre incontrare nell’antico borgo Dora, nei pressi di una storica trattoria dove si ferma a pranzare, per poi riprendere i suoi traffici.

Perso nell’assolo di piano di “High school lover”, finalmente giungo a destinazione.

Scendo disinvolto dietro ad un gruppetto di nigeriani proprio al centro di Piazza della Repubblica dove si può trovare un variopinto melting pot di culture. In un attimo respiro già un’altra aria. Mi sento subito sollevato e più sereno. Mi perdo a rimirare l’architettura e il brulichio di esseri colorati, che quasi mi dimentico del perché sono lì.

Al centro della piazza, da un progetto dell’archistar Alessandro Fuksas, troneggia il mercato coperto con il suo alone di mistero.

Subito una mescolanza di profumi e odori accorpati in una melodia inconfondibile mi travolgono l’olfatto. Cumino e spezie orientali, verdure ormai andate, smog, carne appena macellata, pesce fresco e hashish di ottima fattura, sono solo alcuni degli elementi che compongono quella fragranza inimitabile, marchio di fabbrica di quel luogo. Porta Palazzo sembra quasi prendere le distanze dal resto della città. Si tratta di un quartiere anomalo, dove convivono diverse tipologie di persone.

Nella parte dei Tre Galli è possibile ammirare l’universitario annoiato che sorseggia il suo Daiquiri Frozen alla fragola. Poi abbiamo la matrona che fa la spesa per i suoi quindici pargoli, accanto allo spacciatore che cerca d’imbonirsi i clienti di passaggio. Tutto in perfetta armonia.

Da non dimenticare la fila di negozietti cinesi dove ogni cosa è lecita e puoi davvero trovare un organo a prezzi stracciati.

Qui la gente, nonostante i problemi che a volte rimangono in bella vista, sembra più rilassata. Molti hanno adottato il modello di vita orientale e non comprendono la frenesia che ci perseguita quotidianamente. E’ tutto un po’più shanti insomma.

E quasi come se tra di loro, nonostante colore o religione, avessero firmato un tacito accordo di comunione d’intenti.

Uno spaccino tenta di rifilarmi le sue primizie. Nonostante l’insistenza lo ringrazio e attraverso le rotaie verso il borgo.

Sempre in quella piazza, si può rimirare la vecchia tettoia dell’orologio. Diversi natali orsono l’hanno ricoperta con le “Luci d’artista” di Michelangelo Pistoletto. Un nome che è già tutto un programma. Si tratta di una serie di neon colorati che affissi sulla facciata, in diversi caratteri e differenti idiomi recitano in maniera curiosa, “Amare le differenze”. Oramai saranno almeno una decina di anni che illuminano quell’angolo di Torino e forse qualcuno se le è dimenticate.

Finalmente giungo nell’intreccio di viuzze del Borgo Dora. L’acciottolato sotto ai miei piedi emette un’eco sordo sulle facciate che si scrostano.

In questo luogo, ogni seconda domenica del mese, per magia prende forma uno dei più famosi mercati delle pulci del mondo.

La gente più disparata arriva da ogni dove e come uno strano rito, le case fatiscenti e le anticaglie esposte che si portano appresso una ventata di passato, riprendono vita e colore sopra bancarelle improvvisate e tappeti stesi al suolo. Per non parlare delle buie botteghe agli angoli delle vie.

Proprio verso la fine di quel marasma ho la mia punta. Si tratta della vecchia Trattoria dei Pendoli.

Un locale storico a gestione famigliare, dove il proprietario Tonio, da buon toscano delizia i commensali con pietanze a base di fagioli.

Non ho mai avuto il piacere di mangiarci. Sarà che spesso passo da quelle parti con lo stomaco un po’ chiuso. Speriamo che si dia una mossa.

Mi tocca aspettare nei paraggi, così è un attimo che mi perdo in quel mare di cianfrusaglie, fermandomi a chiacchierare con un paio di venditori. Gente navigata, con un sacco di aneddoti divertenti da raccontare. Storie di vita vissuta proprio come la loro mercanzia che è davvero inusuale e non sempre a buon mercato.

Tonio nel frattempo si sta dando un gran da fare. L’orario è critico e la pappatoia è a pieno regime. La gente ha un sorriso soddisfatto mentre degusta quelle pietanzine di prim’ordine.

La chicca di quel posto però sono le due salette completamente tappezzate di pendoli.

Sono un’infinità, di tutte le forme e tutte le epoche. Alcuni, secolari, continuano a svolgere solerti il compito per cui sono stati progettati. Varcando la soglia di questo luogo sì può ancora respirare l’aria della vecchia Torino.

Quanto era bella…

Qui i clienti sono affezionati, ma quello che incuriosisce di più è l’atmosfera che si crea quando i pendoli all’unisono battono le ore, ognuno con la voce che gli è stata donata dal suo creatore.

Suoni cristallini, sfavillanti e gutturali s’intrecciano formando una cacofonia frizzante ed irresistibile che con un retrogusto amaro e quasi arcano ti risuona fin nel profondo.

Chissà se qualcuno riuscisse a tradurre quello che tassativamente ogni ora tentano di comunicare. Storie, alcune attuali, altre ormai dimenticate nelle nebbie del tempo.

Nessuno però sa, che una volta che Tonio tira giù la serranda, quando sono proprio certi di essere finalmente soli, imbelli dell’orario, incominciano a comunicare tra di loro lontano da orecchie indiscrete.

Perfino il piccolo cucù si affaccia curioso dalla sua finestrella e sta ad ascoltare estasiato, anche se non viene preso in gran considerazione dal Clan, perché ancor troppo giovane ed acerbo.

Lì attorno c’è chi ha più di cent’anni e chi addirittura proviene da qualche castello, proprio come il Grande Foucault: nero e mastodontico, con grandi numeri romani incisi su di una faccia a forma di sole e con un alto portale fume’, ormai macchiato dal tempo.

Tutti lo trattano con molto rispetto e data la sua veneranda età, viene sentito anche se suona sempre un po’ in ritardo, quasi a voler sancire il diritto all’ultima parola.

In questo periodo è piuttosto seccato e la sera scorsa, dondolando nervosamente il vecchio batocchio dorato, aveva deciso di condividere con i suoi compagni il motivo di tale frustrazione.

Tutti i giorni un ragazzo marocchino, che lui con la sua esperienza giudicava brutto dentro e fuori, si fermava a pranzare al suo angolo, il più nascosto. Si sedeva puntualmente all’antico tavolaccio di legno a lui adiacente e quando i camerieri e gli altri clienti non lo vedevano, riponeva nella parte sottostante del suo pancione, delle strane bustine di polvere bianca, e che tassativamente riprendeva il giorno seguente.

Insomma, apri e chiudi, l’aveva forse scambiato per un vecchio armadio?!

Continuava imbelle anche del Signor Tonio che, trafficando in cucina, non poteva certo accorgersi di quel movimento.

Dopo averne discusso a lungo, decisero di agire per aiutare il vecchio e nella notte ordirono il loro piano.

Ormai Rashid aveva quasi finito di pranzare. Impaziente riuscivo a vederlo dall’angolo della via. Insieme a me mi accorsi subito di qualcun’altro che era lì proprio per il mio stesso motivo.

Ironia della sorte, Rashid era completamente all’oscuro che insieme a lui, qualche tavolo più in là, stava finendo il suo pasto il commissario di polizia che quel giorno era in libera uscita con la moglie.

Non fece in tempo a infilzare la panna cotta, che i pendoli incominciarono a suonare all’unisono, come impazziti.

La gente incuriosita guardava gli orologi da polso, ma stranamente, mancava ancora un quarto all’una.

Cosa diavolo stava succedendo?

Don, don, don…. Foucault non la smetteva di rintoccare i colpi rimarcando la solfa.

Ci fu chi temette per un terremoto imminente e chi pensò subito a qualche fenomeno paranormale. I pendoli continuarono a tuonare senza sosta, insieme ai bicchieri e ai piatti che non la smettevano di tintinnare.

Tonio arrivò di corsa e si diresse velocemente verso il più rumoroso. Aprì il portale di vetro per cercare di capire il motivo di tanto baccano. A quel punto Rashid sbiancò, proprio come la coca che in una pioggia di bustine capitolò al suolo. Da fuori mi persi gran parte della scena, ma fui ben consapevole di quello che stava succedendo. Quel giorno Rashid uscì sotto braccio all’agente per essere scortato in questura.

Mi dileguai spaventato in mezzo alla folla intenta a cercare oggetti vari, e con i soldi che avevo appresso acquistai qualche pensiero per i miei cari.

Nel frattempo mi era anche tornato l’appetito. Era quasi un’ora che ero lì davanti, così mi feci coraggio. Frastornato e sorridente per essermela scampata, decisi di assaggiare la cucina di quel posto.

E’ proprio lì che incontrai Christine, una ragazza dalla chioma variopinta che era appena scappata di casa.

Fu amore a prima vista. Le offrii il pranzo e parlammo di un sacco di cose. Per certi versi eravamo molto simili. Mi persi nel suo sorriso e nei suoi occhi blu, profondi come il mare.

Da quel giorno non mangiai mai più solo e la noia si dimenticò di venirmi a bussare.

Il vecchio oste, non riuscì mai a spiegarsi l’accaduto, ma continuò a cucinare ottime pietanze, prendendosi sempre cura dei suoi amati pendoli.

Aggiunse qualche furbo lucchetto… una lucidatina qui e un po’ di olio là…

Insomma l’amore bisogna pur sempre saperselo conquistare.

Gabriele Oneghì

Gabriel Oneghì nasce nel 1984 all’ombra della Mole Antonelliana. Fin da bambino apprezza la lettura e la scrittura creativa in ogni sua forma e sfaccettatura. Deve molto alle sue insegnanti di italiano che gli hanno trasmesso questa passione con fantasia, dedizione e amore. In particolare si ricorda con grande affetto di Anna, Vinci e Bonello. Ha un debole per il fantasy e la fantascienza che lo accompagnano fin dai peluches. I suoi racconti spesso ermetici a volte rappresentano un tributo di alcune opere del passato, altre volte invece riflettono la sua personalità e i tempi bui in cui pascoliamo. Oggi scrive racconti e coltiva diversi interessi nel campo artistico che spaziano dalla musica al disegno. Ama la natura e la montagna da cui trae ispirazione per i suoi scritti. Infine ma non per questo meno importante un ringraziamento particolare va a Elena, fonte d’ispirazione. Ha fornito un incentivo e uno stimolo non indifferenti e con molta pazienza legge e corregge gli scritti con una particolare attenzione per l’abuso delle virgole. Grazie anche a tutti i pazienti lettori e ai miei genitori che mi compravano i libri, mi portavano al cinema e che ancora mi sopportano. Ogni riferimento a personaggi e situazioni di vita reale è puramente casuale e fantasia del sottoscritto. Per insulti vari, critiche, consigli e tutto quello che vi può venire in mente, potete scrivere a: “stile6969@libero.it” Grazie col cuore :)

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