A volte è meglio non guardare

A Prip Yat stava scendendo la sera.

L’imbrunire spugnava il cielo come soffice e melanconico pan di spagna.

L’ultimo sole si apprestava al suo giaciglio per lasciare il posto alla maestosità di sua sorella che quella sera era velata, quasi vergognosa di mostrarsi in tutte le sue rotondità a quel gruppetto di adulti mezzi ubriachi.

Quell’anno avevano deciso di festeggiare in maniera alternativa l’accorpamento aziendale che avrebbe fruttato notevoli guadagni per i loro portafogli e Jon non si sarebbe fatto rovinare anche quella sera dal pessimo umore di Katrine.

“Sembrate dei poppanti”. “Vedi che se questo poppante non si preoccupava delle cose importanti, vi ritrovavate tutti con il culo per terra. E quando dico tutti, intendo proprio tutti. Dovresti solo baciarmi i piedi. A quest’ora saresti ancora ad affittare camere lerce in quella topaia”.

Si trattava delle figure più importanti del gruppo, accompagnate da qualche “dama di cortesia”, agghindata proprio come una giostra del parco. Smalto fluorescente, leggins leopardati e minigonne firmate che lasciavano intravedere un sottile filo divisorio tra le due natiche.

Tornavano dalla cena annuale, una sorta di rito autocelebrativo dove l’ignoranza faceva da padrona. Sboccati emettevano fastidiosi schiamazzi proprio come le numerose combriccole che frequentavano il parco alla luce del sole. “Jon ti sei ricordato di prendere i sacchetti per il vomito” “Sì, tranquillo, ne ho un paio a forma di profilattico proprio qui nel taschino. Non so ancora se usarli per le vertigini o per le battute di quel simpaticone”. I due vistosamente alticci si scambiarono un sorriso canino.

Quel luogo ritrovo di ragazzini festosi, a quell’ora s’immergeva in un silenzio spettrale.

Spavaldi pensavano di vantare tutta una serie di diritti esclusivamente concessi per loro!

Con arroganza si erano accordati con il proprietario per fare il loro giro una volta chiusi i battenti e l’uomo dopo aver incastrato a fatica la voluminosa mazzetta dentro il giubbotto, lì lasciò nelle mani del minuto Mect, custode, inserviente, manutentore e factotum delle montagne russe.

Mect era un ometto tarchiato, con il viso segnato dagli anni di monotona attività sotto il sole e con un braccio vistosamente più grosso dell’altro.

Lavorava lì, perché non aveva grandi alternative, ma gli piaceva pensare che fosse una sua scelta prevalentemente dettata dalla gioia che gli procuravano i giovani frequentatori del parco divertimenti.

Anche le notti le passava nel parco.

La moglie dopo averlo seviziato e maltrattato per anni lo aveva smollato come un vecchio paio di scarpe col tacco rotto.

Lui di conseguenza si era inasprito riflettendo all’esterno il suo disagio interiore. Non si curava più e abitava senza grandi pretese nel capanno. D’inverno pativa il freddo, ma in generale non si stava poi così male. Un sacco di vegetazione rigogliosa lo circondava e una volta chiuso, poteva dedicarsi alla sua attività preferita. Adorava collezionare oggetti smarriti. E non potete immaginare quanti ne producesse quel suolo!

Quella sera però non poteva dedicarsi al suo solito passatempo e con rammarico gli toccò assecondare la richiesta di quelle teste da novanta.

Ben era il più elegante, e tirò spavaldo un buffetto a Marzia: “Non sarai mica spaventata?” “Dovresti essere abituata a fare su e giù”. Le sussurrò con tono beffardo da sotto i suoi due grossi baffi untuosi. In un attimo tutta la combriccola ragliava a crepapelle.

“Sei proprio il solito stronzo. Sai che sono qui solo per farti piacere e se non mi regalavi quel pataccone, col cavolo che ti seguivo. A casa poi facciamo i conti!”. Si ricordò di quella volta che per farle una sorpresa, le fece recapitare a lavoro un mazzo di venti rose finte senza biglietto. Ancor adesso il solo pensiero di quel gesto la disgustava e anche quella pietra per dirla tutta non scintillava come avrebbe dovuto. Probabilmente si trattava della solita bigiotteria da quattro soldi. Squittì in seguito qualche frase risentita, masticando una gomma e mettendo in bella mostra lingua e tonsille per poi voltarsi altrove con fare altezzoso.

In cuor suo era contenta di aver attirato gli sguardi carichi di malizia di quei pezzi grossi. Da sempre le piaceva stare come le statue nelle piazze e se non veniva calcolata trovava il modo per farsi guardare.

Un fazzoletto di stoffa firmata le cingeva la vita, e un soffio fortunato di aria siberiana trovò la strada per intrufolarsi nelle maglie delle sue calze di Gucci. “Ho freddo, diamoci una mossa. Non vorrete mica farmi congelare le grazie” Esclamò indispettita.

Adorava il suo seno e non c’era cosa che le desse più soddisfazione del rimirarselo in qualche specchio. Con quello che gli era costato…

L’alcool scaldava gli animi e le membra del gruppetto, che non percepiva più il gelo.

“Vedrai, sarà uno spasso” Le disse Jon con un sorriso mentre le infilava distrattamente una mano tra le cosce.

Eliminate le loro voci, rimaneva il sospiro della brezza che spirava dal nord scompigliando capelli e cravatte, per poi insinuarsi nelle folte chiome degli alberi circostanti facendoli ululare.

Un manipolo d’impazienti, avevano scavalcato prima il vecchio e poi la sbarra d’accesso. Non curanti della sottospecie di fila, anche Mike e Linda avevano scavalcato e si erano accaparrati il primo posto alla testa del vagoncino.

Diversi ruminavano popcorn e caramelle evidentemente non ancora sazi dell’abbondante cena a base di pesce e vodka, seminandoli in gran parte sui sedili quasi a voler smorzare la tensione per l’imminente botta di adrenalina.

L’indomani Mect avrebbe scopato e pulito con solerzia. “Forzz ragazzu saliti tutte in frettola” mugugnò, lasciando cadere un filo di bava che subito si congelò in una minuscola stalattite all’angolo della bocca.

Non si curava dei loro volti, ma appena prendevano posto aiutava i più intontiti e titubanti con le protezioni, assicurandoli per bene ai sedili.

In effetti a guardarlo quel grandioso spettacolo d’ingegneria fatto di ferro legno ed acciaio che si stagliava per chilometri snodandosi in mezzo alla vegetazione, poteva suscitare timore anche nell’animo dei più impavidi che quella sera tronfi come erano non lo davano a vedere.

Il nastro lucente della giostra si attorcigliava proprio come un serpente in procinto d’inghiottire la sua preda. Le dune vertiginose e le spirali concentriche erano pronte a catapultare il trenino verso una direzione ignota con una velocità non convenzionale.

I vagoni furono ghermiti di vociante umanità e l’inserviente soddisfatto azionò la grossa leva arrugginita. Si trattava di un meccanismo post-bellico che continuava a svolgere il suo compito con solerzia ormai da tempo immemore, proprio come quei vecchi orologi a cucù ma senza l’uccellino. “Ecco perché quel vecchio ha un braccio più grosso dell’altro” Si sbellicò Ben.

A comando, le montagne russe si animarono di vita propria emettendo un boato seguito da fischi, suoni acidi e striduli. Sembravano un orso che si desta dal lungo sonno del letargo e si affila gli artigli su un tronco.

“Senti che rumore! Siamo sicuri che questo trabiccolo non sia fatto di cartapesta?” “Secondo me è tutto un effetto scenico e ci lascia a piedi dopo la prima discesa”.

 

I vagoncini cominciarono a muoversi e con grande eccitazione generale partì la folle corsa.

“Cazzo, ma lo senti anche tu questo rumore? Siamo sicuri che quel rimbambito non si sia dimenticato di imbullonare per bene le rotaie?” Asserì Jon. “Io soffro un po’ di vertigini e non vorrei certo trovarmi gambe all’aria, dopo tutto quello che abbiamo ingoiato… per non parlare dei soldi che hai lasciato a quello spilorcio!”. Sentenziò Tom con tono ironico, cercando di voltarsi a guardare il passeggero alle sue spalle.

“Potevamo rimandare a domani ma tu come al solito devi avere tutto e subito”. Esclamò.

E così fu.

Avvitamenti, salite e discese vertiginose condite con urla di paura, bestemmie e grida di divertimento, presero il posto dei dialoghi, mentre Il trenino si allontanava sempre di più dal punto di partenza e il capanno dell’inserviente era ormai un piccolo puntolino nella notte odorosa di quercia e tiglio.

All’inizio il percorso era illuminato da luci intermittenti e lampioni affusolati, ma ad un tratto giunsero ad un bivio e svoltarono bruscamente verso sinistra per trovarsi di nuovo al buio più completo. Luce e buio si alternavano come in un gioco di lanterne cinesi. Il vento si era placato e quasi non si aveva più la sensazione di stare all’aria aperta. Il sudore appiccicoso infatti imperlava le loro fronti e trasudava dai vestiti mentre il trenino incominciò la salita. Una salita interminabile.

“Che strano, qui proprio non si respira! Mi sto letteralmente sciogliendo”. “Quando cazzo finisce questa salita!?”.

Qualcuno imprecava, ma la maggior parte, percepito l’impressionante dislivello, ammutolita, stringeva con tutta la forza che aveva le sbarre di protezione, fin a far defluire il sangue dalle nocche.

Il trenino però non ci badava e lento ed inesorabile continuava a prendere quota. “Figurati se qui ci salgono dei bambini. Appena scendiamo gli faccio passare la voglia di ridere a quel vecchio rincoglionito”.

Ormai i passeggeri atterriti stavano perdendo la cognizione del tempo e ben presto il divertimento iniziale fu sostituito da confusione ed incredulità.

Solo la luna continuava a sorridere sdentata come il vecchio, e rischiarava con ironia quell’incedere cadenzato.

Il trenino saliva, saliva e saliva senza sosta. Sembrava quasi si fosse preso una cotta per qualche stella del firmamento tanto era il suo ardore nell’inerpicarsi su quelle rotaie.

Presto anche la poca luce naturale cominciò a scemare per lasciare il posto alla tenebra più nera.

Era ovvio che qualcosa non andasse per il verso giusto.

I passeggeri potevano solo scorgere ad un palmo di naso.

Il viso del loro compagno si tramutò ben presto in una maschera grottesca e deformata dal dubbio. Dubbio che a tempo debito avrebbe avuto la sua fatidica risposta.

 

Ricomparve nuovamente la luna che ormai giocava con loro a nascondino e sicuramente ci stava prendendo gusto. Questa volta forse coperta da qualche nuvoletta, illuminò malsana e maligna quello che li attendeva dopo il tanto salire.

Il percorso infatti terminava, come una sorta di U rovesciata e i binari fungevano da trampolino per una vertiginosa discesa nella tenebra.

Era come se la struttura, la vegetazione e lo stesso cielo, fossero assorbiti da quell’abisso che si stagliava imponente innanzi a loro. Scuro come la pece e morboso come la peste.

La compagnia all’inizio guardava quell’orrore ammutolita.

I binari erano terminati ma per qualche strana legge della fisica il trenino rimase appeso, penzolando nel vuoto e ciondolando verso un fondo impalpabile.

Qualcuno vomitò, qualcun altro si pisciò letteralmente addosso, ma quello che colava nel buio sembrava non giungere mai su un ipotetico fondale. Qualcuno perse borsa e telefono. Qualcun’altro lanciò disperato una moneta ma purtroppo gli oggetti non emettevano alcun rumore al termine della loro caduta. Per l’effetto della gravità, precipitavano verso il basso, ma si trattava di un basso senza una fine.

Lo sconforto generale prese il posto delle grida. Gole ormai secche lasciarono spazio per silenziosa incredulità e strane idee cominciarono ad impossessarsi delle loro menti atterrite.

Rimasero lì per oltre un’ora buona appesi come dei salami, strillando come bestie con la poca voce rimasta. Nessuno li poteva sentire. Solo il buio restava in ascolto.mBuio che permeava quella gola senza fine, e che non aveva nulla di naturale. Si trattava di qualcosa di malsano e surreale, che stimolò un cambiamento radicale nel profondo delle loro anime.

La percezione era quella di stare appesi al di sopra di un grande occhio indagatore che scrutava oltre il tangibile. Incominciarono anche a sentir pulsare un cuore a ritmo cadenzato, quasi si trattasse di una grande danza della terra. Pulsava nelle loro vene e nelle loro teste senza lasciar spazio per parole o pensieri di speranza.

L’Abisso si manifestava proprio sotto i loro occhi.

Molti erano costretti a distogliere lo sguardo dopo pochi istanti.

Col tempo che trascorreva qualcosa di silenzioso, grande e incomprensibile s’impossessò della loro sostanza. Qualcosa che travalicava l’essenza stessa dell’uomo e il suo ordine naturale. Qualcosa di antico e non riconoscibile dalle loro menti umane.

La paura non era più un senso noto, e ora si sentivano quasi affascinati e sedotti da quella profondità insondabile. Si dimenticarono delle loro frivole esistenze condotte scialacquando e sperperando. Esistenze per certi versi sfarzose, ma inconsistenti, dove individualismo e materialismo la facevano da padrone. Erano stati votati al progresso senza fine, così ora si ritrovavano a far parte di un unico grande respiro.

Tutti smisero di lottare. Prima i più deboli e poi anche gli altri.

L’oscurità riuscì a penetrarli e ad ammutolire completamente la loro coscienza. (Se mai ne avessero avuta una).

Non sapevano più chi fossero, dov’erano e cosa fosse giusto o sbagliato, tant’è che qualcuno, sganciò la sicura del suo vicino per alleggerire un po’ il carico.

Qualcun altro incomincio a blaterare strane frasi in un lingue ormai dimenticate.

L’Abisso infine si dilatò, inghiottendo i malcapitati.

Dal basso Mect osservava a fatica questo campione di civiltà inaridita che aveva terminato, divertendosi e senza sosta alcuna, la corsa verso il nulla.

Pensò alle banche, alla borsa… “Gli uomini di potere, come le falene con la luce, sono attratti da questo movimento vertiginoso e forse finalmente avevano trovato pane per i loro denti”. Scoppiò a ridere di gusto. L’Abisso aveva messo i denti e si era calato nella pappagorgia il suo stuzzichino.

Il movimento vertiginoso dell’economia globale, gli ricordava proprio le montagne russe. Senza una meta trotterellava frenetico a vari livelli, per poi usurarsi una volta per tutte. Quegli uomini avevano venduto l’anima al dio denaro e si erano arricchiti senza guardare in faccia nessuno.

Avevano insultato, in un certo senso, il mondo impalpabile della metafisica che quella sera aveva deciso di accaparrarsi la sua piccola fetta di torta.

Il vecchio fu l’ultimo a vedere la comitiva di chiassosi uomini d’affari e tutto sommato non gli spiaceva un gran che. Anche se erano persone che non godevano di grande simpatia, sicuramente qualcuno sarebbe venuto a cercarli. In cuor suo già sapeva che non avrebbero trovato più nulla.

L’indomani lo attendeva una lunga giornata di lavoro e pulizia.

Interi stuoli di ragazzini festosi avrebbero gioito sulle montagne ed era compito suo far funzionare tutto a puntino.

Andò in fretta a coricarsi un po’ preoccupato e con qualche pensiero strano che gli rimbalzava nella crapula.

“Quando avranno ucciso l’ultimo animale e tagliato anche l’ultimo albero…. Il sonno ristoratore ebbe la meglio.

Il mattino sì sveglio di buon’ora nel suo letto caldo.

Sembrava fosse stata una notte movimentata a giudicare dal putiferio di coperte sgualcite sparse per la camera. Fuori dalla finestrella scorse le montagne russe. Silenziose riflettevano sul metallo l’albeggiare.

Che strano sogno che aveva fatto quella notte!

Era andato a dormire completamente sporco e vestito da lavoro. Non doveva più bere tutta quella vodka prima di coricarsi.

Si tastò i pantaloni e sentì qualcosa di duro dentro la tasca. Così infilo una mano e ne estrasse, stupito, un grosso anello scintillante di squisita fattura.

Gabriele Oneghì

Gabriele Oneghì, nasce nel 1984 a Torino “sotto la Mole” dice Lui. Sin da bambino manifesta passione per ogni forma di arte, dalla musica alla scrittura.   Gabriele non si definisce un paziente psichiatrico. Lui sta bene, non prende farmaci.  Ma guarda il mondo attraverso un caleidoscopio. La sua percezione delle cose e delle persone passa attraverso un filtro speciale in cui non esistono confini tra realtà, fantasia e sogno. L’arte è un veicolo, le parole sono simboli, riflessi dell’inconscio.

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