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Una storia a lieto fine

Era l’inizio degli anni 90.
Mio padre, libero professionista, era solito avvalersi, nel suo lavoro, di ragazzi giovani a cui insegnare il suo mestiere e che lo potessero aiutare (e sopportare). All’epoca in cui si svolge questo racconto che vi narro oggi, aveva come aiutante Alessandro, un ragazzo di poco più di vent’anni e due occhi azzurrissimi.
La sera papà lo riaccompagnava al suo paese. E quella sera portò in macchina anche me con loro.
Era primavera già da un pezzo. E non ricordo questo particolare perché ricordo gli alberi in fiore o il profumo dell’aria, come sarebbe bello pensare. Ma perché quella sera avevo voluto a tutti i costi comprare un berrettino di lana verde acqua con un pon pon rosa, con annessi sciarpetta e guantini. E in macchina mi ero ostinata ad indossare tutto l’armamentario.
Ero già abituata alle mie stranezze e iniziavo a sentirmi anche abbastanza a mio agio con me stessa.
Non indossavo i grembiulini a scuola, leggevo e facevo i cruciverba quando gli altri giocavano, mangiavo per terra e sotto il tavolo per non pranzare con tutti. Diciamo che il cappellino di lana ad Aprile era ben poca cosa in fatto di originalità.
Ma Alessandro mi diede un buffettino sulla guancia e mi disse con un sorriso: “non sei un po’ in ritardo per questo?” e mi toccò il cappellino.
Rimasi imbambolata per tutto il tempo, in macchina. In silenzio e cotta come un uovo lesso. Una bimba stesa da un principe azzurro vent’anni più grande e due occhi spettacolari.
E fu in quel momento che, alla radio, trasmisero una canzone romanticissima e dolcissima.
Il testo era in inglese. Ma mi rimasero benissimo impressi la melodia e il banalissimo “I love you” al ritornello.
Quella canzone fu uno dei primi esempi per la mia breve esistenza in cui capì che se volevo portarmi dietro per sempre una sensazione, una melodia, un profumo e due occhi, la musica era lo strumento perfetto per questo intento. Un potentissimo congelatore di emozioni, che quando passa alla radio..mette nel microonde quel pezzo di vita e te la porge calda e gustosa come fosse appena vissuta!
L’unico neo di tutta questa storia…è che poi io, questa canzone, dopo quella sera, non ho più avuto modo di riascoltarla.
Non esisteva Youtube, nel 1990. Neppure Shazam. Il mio Shazam e Youtube sono sempre stati, come lo sono ancora, mio padre.
Vado da lui in ogni momento della giornata e mi metto a mormorare e mugugnare una canzone o dire due parole in croce, sbagliate, da cui lui deve derivare la canzone.
Gli mando dei strampalatissimi messaggi vocali in cui lui deve intuire non solo come io abbia ascoltato, ma in che modo quello che gli sto riproducendo corrisponda al vero.
Eppure di questa benedettissima canzone, nessuna traccia.
Capodanno 2015.
Vado in Belgio a trovare lo zio, il fratello di mio padre/shazam.
Mentre sono a Bruxelles, in autobus, nel fracasso generale…incredibilmente, dopo 25 anni, il mio cervello riconosce la canzone.
Non so se Marie Curie, Rita Levi Montalcini o la Hack siano stata mai così esaltate nella loro vita da ricercatrici. Spero di si. Io so che di sicuro ho quasi assalito un autista e fermato un autobus per cercare di capire da dove venisse il suono; poi ho cercato di capire su che radio fosse sintonizzato ma è stato tutto troppo veloce…e, immagino, anche abbastanza strano visto dall’esterno. Il solito disagio, di sicuro. Un disagio internazionale.
Ma quella sera tornai a casa dello zio determinata a capire il titolo della canzone.
Vagamente ossessivo-compulsiva? Può essere. Noi chiamiamolo romanticismo!
Quella sera ho martellato zio, zia e mio padre al telefono a 2000 km di distanza per cercare di capire come scoprire il titolo tanto desiderato. Serata finita intorno alle due dopo aver setacciato i registri delle radio on-line, ascoltando una ad una le canzoni su youtube trasmesse in Belgio quel giorno.
L’abbiamo trovata? Vi dico solo che alle due di notte ero in piedi sul divano dello zio più o meno così: Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!
Felicità? Contentezza? soddisfazione? Macché, c’era un’ultima cosa da fare.
Ritrovare Alessandro e dedicargli quella canzone!
A mio padre venne richiesto l’ennesimo sforzo: ricordarsi il cognome di questo ragazzo per poterlo rintracciare.
Che tutta questa storia non abbia nessunissimo senso, siamo tutti d’accordo. Storie di disagio? storie di ordinaria ossessivo-compulsività? Forse.
Di sicuro, però, ebbe un epilogo dolcissimo.
Rintracciato il tipo su Facebook, gli scrissi che grazie a quella canzone mi ricordavo ancora di lui. E che anche se lui non si ricordava di me, lo avevo “congelato”.
Mi rispose semplice e con la stessa simpatia che mi aveva dimostrato l’ultima volta, 25 anni prima, dicendomi:
“non mi ricordo la canzone, ma mi ricordo chi sei: sei la bambina con il berretto di lana in piena primavera”.
Venivo ricordata, ovviamente, in tutto il mio disagio.
Ma avevo dato a quella bambina, cotta come una pera, la sua storia a lieto fine. Che adulta coraggiosa che ero stata.
Dedico questo pezzo a tutte le vostre storie a lieto fine, amici!!
Un po’…Ce le meritiamo tutti!

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