La giornata della felicità.

Equinozio di primavera, festa del papà. Giornata della felicità.
Gli alberi rosa, i rami bianchi, mio padre che in video chiamata ieri manovrava una marionetta e mi parlava con la voce in falsetto, le video chiamate con la famiglia, le lunghe call con i colleghi. E io che mi sento felice.
Ogni giorno il vicino di casa, alle 18 esce, accende l’amplificatore, imbraccia la chitarra elettrica e inizia a suonare.
E’ l’ora in cui il sole diventa dorato, riesce a farsi strada nel dedalo di condomini e per magia becca il suo balconcino.
Allora sembra tutto più fiabesco: il suo mezzo sorriso col quale suona e si dona, i negozianti sotto casa che escono fuori e lo guardano con la testa all’insù, e noi da tutte le finestre dei diversi palazzi vicini che ci affacciamo, ci sorridiamo, ci salutiamo e applaudiamo. E siamo felici di una cosa: del calore umano, sia pur di sconosciuti.
E pensare che di solito abbiamo bisogno dell’amministratore, per metterci d’accordo su amenità. Anzi. Su puttanate.
E pensare che, di solito, neanche lo sappiamo che faccia ha quello di fronte.
Neanche lo sapevo di avere un vicino così positivo, così ottimista, così generoso. Perché sceglie sempre una canzone bella, un significato recondito e un messaggio da lasciare. Perché, ormai si è capito, mica fa le cose così, lui. A caso.
Fa ridere la storia del flashmob, tutte le sere. Ma è così che ci stiamo dicendo tutti….basta. Basta con sta corsa!
Basta con sto mondo che ha smesso di darci il tempo per riflettere su quali sono le cose davvero importanti per cui viviamo. Perché, cazzarola, a quanto pare, ci basta stringerci vicini vicini e andare al di là degli egoismi, delle necessità dei singoli, per essere di sicuro felici anche solo per 5 minuti.
Perché, diciamocelo, la felicità è fatta di quelle piccole cose improvvise che tu manco sapevi quanta bellezza potessero nascondere. La felicità è fatta di una canzone azzeccata in una giornata apparentemente storta, le cui note si insinuano dentro di te come una tisana lenitiva e ti fa pensare: fanculo il lavoro, adesso mi faccio un giro in centro! la felicità è il sorriso dello sconosciuto di fronte e del gesto gentile di quello accanto a te in tram; di tuo padre che, mentre gli dici “non uscire tu, che hai l’asma” ti mette davanti allo schermo una marionetta e inizia a scimmiottarti o ti fa vedere come scodinzola il suo cagnolino di legno, comprato chissà quando, chissà dove, ma lui lo ha ritrovato e ci costruisce su una video-chiamata di tre quarti d’ora.
Non è la clausura forzata che ci spinge a cantare tutti insieme fuori dal balcone. E’ che nel silenzio e nella lentezza di pomeriggi lenti e un po’ svogliati…abbiamo il tempo di tirare fuori la nostra umanità.
Perché, signori cari, la felicità è quando la nostra umanità si manifesta nella sua forma migliore e più profonda.
E’ quando sale su come la peperonata il rigurgito di buoni sentimenti e dolcezza, malinconia e nostalgia di cui siamo maledettamente, ineffabilmente e involontariamente intrisi che ci ha fatto fare cose bellissime come il Rinascimento, il vaccino contro il Vaiolo e il CERN di Ginevra ma di cui siamo pronti a dimenticarcene per la minima stronzata, anche in fila al supermercato.
“La felicità..è fatta di attimi di dimenticanza”. Quando ci dimentichiamo dei nostri stupidi capricci quotidiani…per mettere al servizio del mondo la nostra parte migliore. Perché, fidatevi, ognuno in sé ha tanto, tanto, tantissimo da donare. E basta poco per dare agli altri gioia…anche uscire sul balcone con un sorriso, una chitarra e la nota giusta.
“Quanto è bello l’uomo quando è uomo”, diceva Menandro 300 anni prima della nascita di Cristo.
E doveva arrivare un virus maledetto a ricordarcelo.

 

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