Insonnia, si può guarire con la terapia cognitivo-comportamentale. Intervista alla Dott.sa Valentina Francese

Oggi vi proponiamo un’intervista sui disturbi del sonno ed in particolare sull’insonnia, assieme alla Dottoressa Valentina Francese, che lavora presso il nostro centro come psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e che possiede una formazione nonché una vasta esperienza nel trattamento dei disturbi del sonno.

Prima di tutto, come facciamo a capire se davvero soffriamo di insonnia, cosa e quando un disturbo del sonno si può definire “insonnia”?
Il primo elemento da considerare è di tipo temporale, entro i tre mesi si parla di “insonnia transitoria”, ad esempio legata ad un momento di stress, che può avere una remissione spontanea e non richiedere un trattamento specifico. Invece se il disturbo si protrae nel tempo o è indipendente dalle contingenze, si comincia a parlare di insonnia cronica.

Secondo elemento è la tipologia di insonnia, che può essere caratterizzata da difficoltà di addormentamento, da frammentazione del sonno con numerosi e prolungati risvegli, oppure da risvegli anticipati.

Infine è fondamentale considerare l’impatto che l’insonnia ha sulla vita quotidiana del singolo individuo soprattutto in termini di eccessiva sonnolenza diurna, percezione di stanchezza e di ridotte performance nelle attività quotidiane, alterazioni dell’umore e della sfera cognitiva soprattutto attentiva. Tale impatto non necessariamente dipende dalla quantità di ore di sonno, poichè ci sono persone che dormono 4 ore a notte ma non accusano stanchezza e sonnolenza durante il giorno perché il loro fabbisogno di sonno è stato raggiunto, sono i cosidetti “brevi dormitori”.

Quali sono gli esami più comuni che si svolgono quando si hanno problemi di insonnia?
Il primo esame che di solito viene prescritto ad un paziente che accusa problemi di insonnia è il Monitoraggio protratto del ritmo sonno-veglia, si tratta di un semplice monitoraggio attraverso uno strumento chiamato actigrafo, una sorta di braccialetto simile ad uno smartwatch, che il paziente porta con sé a casa e indossa tutte le notti per 7/15 giorni e che offre al medico una prima fotografia dell’andamento del sonno. A fianco a questo primo esame, il medico specialista può richiedere ematochimici, oppure esami più approfonditi come la polisonnografia.

In cosa consiste l’approccio psicologico per l’insonnia (CBT-I)?
Come in generale nella terapia cognitivo-comportamentale classica si parte con l’individuare quelli che sono i fattori di mantenimento del disturbo ossia quei meccanismi involontari che il soggetto mette in atto per “difendersi” da un episodio spiacevole come l’insonnia. Può trattarsi sia di comportamenti disfunzionali come il cercare di stare a letto il più possibile per recuperare il sonno perso, sia di pensieri negativi come il temere di sbagliare qualcosa durante la giornata proprio perché si è dormito poco o sviluppare una paura irrazionale o comunque sproporzionata degli effetti della carenza di sonno sulla propria salute, solo per fare alcuni esempi. Tutti questi atteggiamenti e pensieri ovviamente non fanno altro che peggiorare la situazione.

In che modo si cercano di sradicare questi meccanismi dannosi?
Per quanto riguarda il fatto di cercare di restare a letto il più possibile sforzandosi di dormire ad esempio, si cerca di far associare al paziente il letto (e per estensione la camera da letto) ad un luogo preposto al sonno, al dormire e non ad altre attività come leggere, guadare la TV, studiare, lavorare ecc. Per quanto riguarda i pensieri irrazionali, modificandoli in pensieri più funzionali.

Può capitare che pensando di non riuscire a svolgere alcune attività si arrivi realmente a fallire ?
Sì certo,in psicologia si chiama “profezia che si auto avvera”, succede quando le persone sono troppo preoccupate per qualcosa o sicure al 100 % che una cosa andrà male e per tale motivo ad esempio non si impegnano abbastanza per raggiungere l’obiettivo, gettando la spugna prima di agire. Il fallimento autoindotto tuttavia realizzerà la loro profezia e questo non farà altro che rafforzare la loro convinzione in questo caso di essere vittime di una patologia incurabile, cronicizzando la stessa involontariamente.

Ci sono dei fattori predisponenti che possono portare ad avere problemi di sonno come l’insonnia?
L’essere persone ansiose, con un pensiero iperattivo, con una tendenza a rimuginare sicuramente possono essere fattori di rischio, che in periodi di forte stress psichico ed emotivo possono far precipitare in questo genere di disurbi. Esiste poi una maggior tendenza a soffrire di disturbi del sonno in soggetti con una familiarità in questo senso.

In definitiva si può “guarire” dall’insonnia?
Assolutamente sì, gli approcci possono essere diversi, oltre a quello psicologico c’è anche quello medico con farmaci, ci sono attività che favoriscono il rilassamento, ma posso dire che la terapia cognitivo comportamentale è quella con il maggior successo proprio perché va a lavorare sui complessi meccanismi mentali e comportamentali che stanno alla base del problema. Inoltre rende il paziente più consapevole facendo in modo che se in futuro gli dovesse ricapitare di attraversare un periodo di crisi saprà già come affrontarlo e non lascerà più che pensieri e paure si impossessino della sua mente troppo a lungo andando ad incidere sulla serenità del suo sonno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *