I microsanguinamenti cerebrali possono predire il rischio di ricorrenza di ictus?

I pazienti con una storia di ictus ischemico e attacchi ischemici transitori (TIA) devono essere trattati con farmaci antitrombotici? La risposta è stata considerata essere chiara per più di due decenni. Tuttavia, la domanda riguardo il rischio futuro di sanguinamento intracranico al confronto con il rischio di ricorrenza di ictus ischemico in pazienti con alto carico di microsanguinamenti cerebrali rimane uno dei più complicati problemi della gestione di questi pazienti. In un recente articolo di Wilson et al. viene posto l’obiettivo di chiarire l’associazione tra il peso dei microsanguinamenti cerebrali alla neuroimaging alla baseline e il rischio di ricorrenza di ictus. Lo studio era un’analisi aggregata di dati individuali di 20322 pazienti  con una storia di ictus ischemico o TIA. Dopo un follow-up cumulativo di 35225 paziente-anno, gli investigatori hanno documentato che la presenza di microsanguinamenti cerebrali alla neuroimaging alla baseline era associato a un aumento del rischio sia per stroke ischemico che emorragico. Nonostante il fatto che il rischio aggiustato per emorragie intracraniche fosse quasi cinque volte maggiore del rischio di ictus ischemico per i pazienti con 5 o più o 10 o più microsanguinamenti cerebrali e quasi 8 volte maggiore per pazienti con 20 più microsanguinamenti cerebrali, il tasso assoluto di stroke ischemico eccedeva quello di emorragia intracranica anche in pazienti con un numero elevato di microsanguinamenti. Da notare, tutte le associazioni erano indipendenti dalla distribuzione anatomica dei microsanguinamenti, trattamento antitrombotico, etnia, età e presenza di iperintensità della sostanza bianca o diagnosi di probabile di angiopatia amiloide cerebrale.

Il punto di forza principale di questo studio sono l’ampio numero campionario, appropriate sequenze di risonanza magnetica, stretti criteri di inclusione ed esclusione e robuste e prespecificate analisi statistiche. Tuttavia, il disegno osservazionale è suscettibile di fattori confondenti e bias di indicazione e selezione. Inoltre, gli investigatori non sono stati in grado di aggiustare per altri fattori confondenti nei loro modelli  multivariabili, incluso la potenza del campo magnetico della risonanza magnetica, altre terapie di prevenzione secondaria e fattori di rischio cardiovascolare. Comunque, gli autori hanno riportato l’assenza di qualsiasi interazione tra il tipo di anticoagulante orale e la presenza di microsanguinamenti cerebrali per l’outcome di ricorrenza di stroke ischemico ed emorragia intracranica.

Questo studio, quindi, delucida la questione che il rischio assoluto di ricorrenza di ictus ischemico eccede consistentemente il rischio assoluto di emorragie intracraniche in pazienti con una storia di stroke ischemico o di TIA anche in presenza di un elevato (>20) carico di microsanguinamenti cerebrali. Queste evidenze suggeriscono che la presenza di microsanguinamenti, numero e pattern al neuroimaging non dovrebbe influenzare la decisione di scegliere una terapia antitrombotica appropriata o la prevenzione secondaria di stroke. Ricerche addizionali sono necessarie per stabilire se i microsanguinamenti cerebrali siano da includere come un marker di neuroimaging per la predizione del rischio clinico di ricorrenza di stroke ischemico o emorragia intracranica in pazienti con recente ischemia cerebrali trattati con anticoagulanti orali o antiaggreganti.

Fonte: https://www.thelancet.com/journals/laneur/article/PIIS1474-4422(19)30194-2/fulltext

Immagine: https://www.my-personaltrainer.it/salute/risonanza-magnetica-encefalo.html

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