Capire la fragilità per predire e prevenire la demenza

La fragilità è un cruciale stadio intermedio del processo di invecchiamento, caratterizzato da un aumento del rischio di eventi negativi che riguardano la salute. Sono state proposte più di 40 definizioni operative della fragilità, ma tre approcci principali sono comunemente utilizzati. Il primo approccio è basato sulla nozione di un fenotipo fisico e biologico di fragilità, per cui la definizione operativa assume l’esistenza di uno stato di bilancio negativo di energia, sarcopenia, diminuzione di forza muscolare e bassa tolleranza allo sforzo. Un’alternativa, e potenzialmente complementare definizione di fragilità, è fornita del modello di deficit dell’accumulazione, che incorpora svariati fattori come stato di malattia, segni e sintomi, valori di laboratorio anormali. I deficit sono elencati e poi divisi per il numero totale di defict identificati in un paziente per produrre un indice di fragilità. Il terzo approccio è basato sul modello biopsicosociale, che mescola domini fisici e psicosociali e quindi espande il concetto di fragilità alle scienze sociali. Data la sua natura multidimensionale e multisistemica, la fragilità include fenotipi fisici, cognitivi e psicosociali. Differenti fenotipi sono correlati alle caratteristiche neuropatologiche della malattia di Alzheimer e di altre demenze. Questo concetto di collegamento nella fragilità e la potenziale reversibilità di alcuni fenotipi, suggerisce che questi ultimi possano essere un target possibile nella prevenzione della demenza nelle fasi precoci o asintomatiche.

Il forte collegamento tra fragilità e malattia di Alzheimer e altre demenze è stato recentemente confermato da Wallace et all. in una analisi cross-sezionale di dati provenienti da 456 partecipanti al Rush Memory and Aging Project. Gli autori hanno suggerito che la fragilità, identificata con l’indice dell’accumulo di deficit, possa essere un moderatore sostanziale della relazione tra la patologia della malattia di Alzheimer e stati di demenza, in modo che la fragilità renda le persone più suscettibili alla demenza. Hanno trovato una significativa interazione tra fragilità e Alzheimer, che è rimasta tale anche dopo l’esclusione di variabili della vita quotidiana e controllata per gli effetti di fattori di rischio collegati sia alla fragilità che alla patologia di Alzheimer (pregresso ictus, ipertensione, diabete, scompenso cardiaco congestizio e depressione).

La fragilità è considerata primaria o preclinica quando non è direttamente associata a una specifica malattia o non sono presenti disabilità sostanziali. In questo contesto, i modelli fisici o biopsicosociali sembrano essere più appropriati per definire la fragilità primaria. Al contrario, si considera fragilità secondaria o clinica quando è associata a comorbidità conosciute, come patologie cardiovascolari, depressione, disabilità; pertanto viene meglio definita dell’indice di fragilità basato sull’accumulo. Questa definizione è cruciale per identificare fenotipi di fragilità con il potenziale di prevedere e prevenire la demenza, usando nuovi modelli di rischio che introducano fattori modificabili.

La vulnerabilità di adulti anziani a rischio di sviluppare demenza non è, comunque, completamente colta dalla prospettiva biologica (approccio fisico e deficit dell’accumulo) e il modello biopsicosociale può valorizzare entrambe le valutazioni e fornire target di intervento in pazienti con fragilità. Tuttavia, a oggi, questo modello non è ancora stato reso completamente operativo. Alla luce della conoscenza attuale di fenotipi cognitivi di fragilità, strategie di prevenzione secondaria per il deterioramento cognitivo e la fragilità fisica possono essere suggeriti. Ad esempio, interventi individualizzati e multidisciplinari possono avere come target i domini fisico, nutrizionale, cognitivo e psicologico, in modo da rallentare la progressione per prevenire la demenza e l’occorrenza di outcome avversi correlati allo stato di salute, come disabilità, ospedalizzazione e mortalità.

Fonte: https://www.thelancet.com/journals/laneur/article/PIIS1474-4422(18)30446-0/fulltext

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